Probabilmente non troverò unanimità di consensi, se affermo che la carriera di Giorgio Furlan può classificarsi tra le incompiute. Perché questo ragazzo trevigiano, classe 1966, vinse, bene, corse di gran prestigio, ma all’atto di archiviarne il palmares, manca pur sempre qualcosa per poterlo inserire tra i camipionissimi del pedale.

Che Furlan abbia talento se ne ha prova fin da quando, giovanotto in bicicletta di belle speranze, pratica non solo la pista, ma da dilettante vince anche alcune gran belle corse, quali il Trofeo Bianchin che fa suo due volte, la Milano-Rapallo, la Ruota d’Oro ed il Giro del Medio Brenta, crescendo e migliorando un anno dopo l’altro.

Passato professionista nell’ultimo scorcio del 1988, già al suo primo intero anno tra i “grandi“, speso al servizio della Malvor, regala qualche sprazzo di gran qualità, ad esempio giungendo terzo al Giro dell’Appennino, gara che assegna la maglia tricolore, arrendendosi nello sprint decisivo di un drappello composto dai 12 migliori ciclisti italiani solo a Moreno Argentin e a Gianni Bugno. Trascorre esattamente un anno, e al Gran Premio di Camaiore, nel 1990, in maglia Diana-Colnago, Giorgio con un bel colpo di mano si laurea stavolta Campione Nazionale, cogliendo quel giorno la sua prima vittoria tra i professionisti.

Furlan non è davvero una meteora, e col passare delle stagioni, nella prima metà degli Anni Novanta che rilanciano, in maniera esponenziale, il ciclismo italiano, ha modo di dimostrarlo compiutamente. Nel 1991 entra nei ranghi della corazzata Ariostea, guidata dalla sapiente regia di Giancarlo Ferretti, e se vince al primo anno la Coppa Bernocchi con un allungo nel finale, ottiene anche un numero congruo di piazzamenti, il che ne certifica lo status di corridore tra i più presenti ed incisivi del panorama nazionale.

Nel 1992, 26enne nel pieno della crescita, Furlan esplode compiutamente. Vince dapprima la seconda tappa del Criterium International in Francia, quindi semina Gerard Rué e Davide Cassani sulla rampa carogna del Muro di Huy facendo sua una classica come la Freccia Vallone, piazzandosi poi ottavo, dopo aver corso col piglio del protagonista, alla Liegi-Bastogne-Liegi. Tornato in Italia, Furlan si impone al Giro di Toscana, ed al Giro d’Italia, giungendo al traguardo in perfetta solitudine, conquista il tappone che prevede per due volte la scalata del Monte Bondone, dove il corridore veneto è tanto bravo da transitare in vetta in entrambe le occasioni. Non certo appagato, Furlan si presenta ai nastri di partenza del Giro di Svizzera e trionfa ancora, lasciando Bugno a 31″ e col corollario della tappa di Schindellegi che al secondo giorno già lo veste delle insegne di un primato che non lascerà più.

Nel 1993 Furlan si conferma ai massimi livelli, ad onor del vero vincendo di meno ma conquistando un bottino ancor più nutrito di piazzamenti di rilievo. Nelle classiche di primavera, infatti, non esce mai dalla top-ten, con il sesto posto alla Milano-Sanremo, il settimo alla Liegi-Bastogne-Liegi ed il nono all’Amstel Gold Race, per poi presentarsi al via del Giro d’Italia nelle migliori condizioni. Alla Corsa Rosa, in effetti, il corridore dell’Ariostea non delude le aspettative, migliorandosi col 12esimo posto finale e vincendo la tappa di Fabriano. Torna poi al Giro di Svizzera, dove conquista un’altra tappa sul traguardo di Baden ma rimane ai margini della classifica generale, altresì aiutando il compagno di squadra Marco Saligari a difendere la maglia oro fatta sua a Vevey. La vittoria in una prova del Gran Premio Sanson fa infine da preludio ad un autunno d’autore, che se non conforta Furlan con la soddisfazione del successo, lo vede chiudere sul secondo gradino del podio al Giro del Veneto (battuto da Maximilian Sciandri), alla Coppa Placci (dove si inchina ancora all’italo-britannico), alla Coppa Sabatini (beffato da Claudio Chiappucci) e al Giro del Lazio (anticipato in volata dal compagno di squadra Pascal Richard), chiudendo la stagione con il secondo posto anche al Giro di Lombardia, dove conclude in passarella trionfale con il campione svizzero.

Sull’onda lunga di due stagioni di valore assoluto, Furlan fa meglio ancora nel 1994, quando in maglia Gewiss-Ballan, dopo aver già colto il successo nella tappa di Monreale alla Settimana Ciclistica Internazionale ed aver bissato al Trofeo Pantalica, pennella un capolavoro sulle strade della Milano-Sanremo, classica-monumento corsa qualche giorno dopo aver vinto col piglio del dominatore anche la Tirreno-Adriatico, dove si impone sui traguardi di Manciano, Montemonaco e Monte Urano e distanzia Evgenij Berzin, suo compagno di squadra, di 47″. Alla “classicissima di primavera” Furlan veste i panni del favorito d’obbligo, e non tradisce le attese, sferrando l’attacco decisivo sul Poggio e seminando la concorrenza, che gli termina in scia sul traguardo di Viale Roma che lo consacra campione del pedale di prima fascia.

In effetti la stagione prosegue nel segno più per il corridore veneto, che si impone al Criterium International terminando in solitudine sul traguardo in quota del Sommet de Vidauque dove si toglie il lusso di lasciare Tony Rominger e Berzin a 35″, è terzo alla Liegi-Bastogne-Liegi coprendo la fuga vincente proprio di Berzin, e secondo alla Freccia Vallone quando completa il trionfo Gewiss-Ballan chiudendo alle spalle di Argentin, vincendo la tappa di Le Sentier al Giro di Romandia. La forma così acquisita potrebbe far pensare ad un Furlan in grado di dire la sua anche nelle grandi corse a tappe, ma il ritiro al Giro d’Italia e l’anonimo 58esimo posto al Tour de France aprono solo, invece, quella che sarà la parabola discendente di una carriera che pareva dover regalare altre perle.

Nel 1995, infatti, Furlan inizia a fare i conti con qualche problema fisico di troppo, e se un’operazione chirurgica lo stoppa proprio quando avrebbe potuto spiccare definitivamente il volo verso orizzonti vietati ai più, ecco che una vittoria al Giro di Svizzera ed un ultimo successo al Giro della Galizia sono il canto del cigno di un campione sul quale, poi, si allunga l’ombra inquietante del doping.

Così, tanto per lasciare il dubbio su ciò che sarebbe potuto essere e che, senza più l’appiglio della sospensione del giudizio, non è stato.

by Nicola Pucci

Giorgio Furlan

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