L’anno 1912 è l’ultimo in cui la classifica finale del Tour de France è stabilita con la somma dei punti conquistati, Ma è anche il primo in cui un corridore belga, Odile Defraye per l’occasione, sale sul gradino più alto del podio.
Per quest’edizione numero 10 della Grande Boucle si parte il 30 giugno da Parigi, che è ovviamente anche sede conclusiva il 28 luglio. Sono da disputarsi 15 tappe per un totale di 5289 chilometri, e Gustave Garrigou, vincitore dodici mesi prima nonché secondo, quarto, ancora secondo e terzo nella quattro partecipazioni precedenti, è il logico favorito di una corsa che sulla carta non dovrebbe sfuggire ai francesi. Ahimè per i colori bleau-blanc-rouge, non sarà così.
Già, perché nell’elenco degli iscritti al Tour de France 1912, se vi sono dieci squadre francesi ed un numero congruo di corridori che gareggiano da “isolati“, ci sono altresì alcuni nomi importanti del ciclismo internazionale. Ad esempio il lussemburghese Francois Faber, che fu il primo straniero, e per ora anche l’unico, a vincere la classifica generale, nel 1909, alcuni belgi che di lì a qualche anno saranno dei fuoriclasse, quali Philippe Thys e Lucien Buysse, ma già estremamente competitivi, e quel Pierino Albini, lombardo di Arconate, che è recentemente salito sul terzo gradino del podio al Giro d’Italia. Poi… poi c’è il protagonista della nostra storia odierna, appunto Odile Defraye, che veste i colori della Alcyon-Dunlop, formazione transalpina, ed è stato selezionato da Alphonse Baugé per correre il Tour de France.
Defraye è giovane, 24enne nato a Rumbeke il 14 luglio 1888 (curiosamente, il giorno della festa nazionale francese), ma ha già buoni risultati al proprio palmares, se è vero che da amatore ha vinto il Giro delle Fiandre (1908), ed una volta passato professionista con La Francaise (1909) si è allineato al via della Grande Boucle, costretto ad ritiro alla seconda tappa. E se nei due anni successivi corre da indipendente, vincendo il Campionato delle Fiandre (1910, davanti a Lucien Buysse) e il titolo nazionale belga su strada (1911, davanti a Jules Masselis), ecco che la Alcyon lo mette sotto contratto per il 1912. E Defraye dimostra di meritare appieno la fiducia dei dirigenti della squadra, vincendo il Giro del Belgio con il corollario di quattro tappe e giungendo quinto alla Parigi-Roubiax.
In verità, i risultati non sarebbero sufficienti per garantirgli di correre il Tour de France, ed allora, a forzare gli eventi, interviene la concessionaria belga della Alcyon, che “convince” Baugé che sia proprio il caso di schierare Odile. Si rivelerà una mossa azzeccata.
Defraye è un eccellente passista e si difende il salita, ed in Francia ha il compito di aiutare Garrigou nella conferma in “giallo“. Ma dopo che nella prima tappa, messasi in moto dal Luna Park di Parigi, Charles Crupelandt ha battuto tutti, già nella frazione successiva, 388 chilometri tra Dunkerque e Longwy, Garrigou e Defraye sbaragliano la concorrenza, con Odile che attende il capitano, attardato da una foratura, e taglia per primo il traguardo risultando poi non solo secondo in classifica ad un spunto da Vincenzo Borgarello, il primo italiano della storia a guidare la graduatoria del Tour de France, ma anche decisamente più in forma del campione in carica. E questo convince i compagni di squadra a far quadrato intorno al belga, che già dal secondo giorno di corsa diventa uno dei pretendenti alla vittoria finale.
Con la classifica, appunto, prodotta dalla sommatoria dei piazzamenti ottenuti, è logico che il più costante abbia il sopravvento, ed in effetti Defraye si conferma il più forte, già balzando al comando al termine della terza tappa, vinta da Eugene Christophe a Belfort. Il francese, reso celebre dalla vittoria sotto la neve alla Milano-Sanremo del 1910, vince ancora a Chamonix e Grenoble, dopo aver scalato vette mitiche quali Aravis, Telegraphe, Galibier e Lautaret, e se agguanta Defraye, che soffre ad un ginocchio per una caduta provocata da un cane scendendo dal Col d’Aravis e perde mezz’ora, in testa alla classifica, il belga si trova invece appaiato ad Octave Lapize dopo Nice, per poi, trionfando a sua volta a Marsiglia, rimanere solitario in vetta.
E’ dunque sfida a tre, Belgio contro Francia, per la vittoria finale, con la classifica che recita Defraye punti 32, Lapize punti 35 e Christophe punti 38, e, dopo che Borgobello ha conquistato il traguardo di Perpignan, Defraye, sui Pirenei, consolida il primato scalando da solo il Portet d’Aspet e vincendo a Luchon la nona tappa con oltre due minuti di vantaggio su Christophe. Ed è qui che accade il fattaccio perché Lapize, l’avversario più pericoloso, decide di abbandonare la corsa in segno di protesta per l’aiuto offerto dai corridori belgi e francesi della Alcyon a Defraye, quando, nel nome di uno sforzo individuale, ciò non dovrebbe esser consentito.
Christophe, dunque, rimane l’unico a poter scalzare Defraye dalla vetta della classifica, ma Eugene, non essendo veloce, deve staccare il rivale, ed è esattamente quel che prova a fare verso Bayonne, quando il programma di giornata, lungo 326 chilometri, obbliga i corridori a scalare Peyresourde, Aspin, Tourmalet e Aubisque. Vince Louis Mottiat e Christophe semina Defraye arrivando al traguardo 20 minuti prima, ma il suo secondo posto al traguardo ed il terzo di Defraye riducono la distanza in classifica di un solo punto.
Nelle cinque tappe che restano prima dell’apoteosi al Parc des Princes, Defraye, accreditato di 33 punti contro i 50 di Christophe e i 74 di Garrigou, deve solo preoccuparsi di non incappare in qualche guaio che lo costringa all’abbandono. Cosa che, fortuna sua, non avviene, anzi, Odile è secondo a Brest, terzo a Cherbourg e quarto a Le Havre, ed allora, con il definitivo quinto posto di Parigi, si impone nettamente, 49 punti contro i 108 di Christophe e i 140 di Garrigou, che salva il terzo posto dal tentativo di Marcel Buysse, quarto con 147 punti.
E così, al Tour de France 1912, è il Belgio a salire per la prima volta sul gradino più alto del podio. E se è un bell’inizio, nelle sei edizioni successive, pur con l’interruzione della Prima Guerra Mondiale, le cose non cambieranno, anzi, i fiamminghi la faranno da padroni. Stavolta, non con la somma dei punti ma con l’ausilio del tempo. Come è giusto che fosse.
by Nicola Pucci


