Dalla leggenda di Chris Hoy, alla storia inglese del ciclismo riscritta da Bradley Wiggins: rigorosamente su pista, naturalmente d’oro anche a Rio 2016. É l’osservanza del parquet che fonda ogni recente successo britannico su strada, tra la scienza esatta del Team Sky e le volate vincenti di Mark Cavendish, a partire da quella straordinaria impresa di Wiggins al Tour de France.

Ci eravamo lasciati a Londra 2012 tessendo la leggenda di Chris Hoy, lo sportivo britannico più titolato nel corso delle Olimpiadi con 6 medaglie d’oro e unn argento a partire da Atene 2004. Ci ritroviamo oltreoceano quattro anni dopo, a riscrivere la storia del ciclismo inglese su pista nel segno si Sir Bradley Wiggins, primo atleta della regina in quarant’anni (dopo Mary Rand a Tokyo 1964) a vincere 3 medaglie nella stessa edizione dei Giochi, ad Atene 2004, aggiudicandosi l’oro nell’inseguimento individuale, l’argento nell’inseguimento a squadre e il bronzo nell’americana. Never Ending Wiggins: oro nell’inseguimento individuale e a squadre a Pechino 2008; oro a cronometro su strada nell’anno di un successo al Tour de France contro ogni legge del ciclismo moderno (2012); oro nell’inseguimento a Rio 2016, in quartetto con Owen Doull, Steven Burke ed Ed Clancy.

Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico (2005), Commander of the Order of the British Empire (2008), Knight Bachelor (2012) per il servizio reso allo sport: l’anno scorso, il 7 giugno al Lee Valley VeloPark di Londra, Bradley Wiggins ha infranto il record dell’ora del connazionale Alex Dowsett in 54,526 km. I diecimila biglietti per l’evento “My Hour” sono andati esauriti in 7 minuti di isteria collettiva degli inglesi per il ciclismo su pista e per un re pistard di ritorno dalla straordinaria impresa della Grande Boucle. Wiggins ha vinto la crono olimpica “di casa” sulle strade di Londra e s’è congedato dal ciclismo su strada laurendosi campione del mondo a Ponferrada. Nato a Gand nella culla delle dueruote, il 28 aprile 1980 da papà Gary (corridore), cresciuto a Londra nel velodromo Herne Hill, in 15 anni di professionismo, iniziando dalla medaglia di bronzo inseguimento a squadre alle Olimpiadi di Sydney, ha mancato un’unica grande sfida: vincere la Parigi-Roubaix. Lui, innamorato, anzi innamoratissimo del pavé:

«C’è stato un periodo in cui ho odiato vincere il Tour, ho odiato il ciclismo, ho odiato i giornalisti che mi facevano sempre domande su Armstrong, ho odiato Armstrong. Poi però ho cominciato a ricordare perché il ciclismo era la mia priorità, perché lo amavo, perché idealizzavo i miei eroi: Duclos-Lassalle, Museeuw, Ballerini, Indurain… I velodromi significano qualcosa per me, non è certo un caso che abbia scelto di chiudere su strada con la Roubaix. È l’unica che finisce così, è l’unica che vuoi finire anche con una clavicola rotta solo per entrare lì e poi tuffarti nell’erba. Voglio godermi ogni momento di una corsa magica. Catturarlo. Poi voltarmi indietro, riassaporarlo e ricordarmelo per sempre», aveva detto Sir Bradley prima del commiato da Arenberg, dal Carrefour de L’Arbre, dall’Espace Charles Crupelandt.

Ma torniamo alla pista e a questa sacra aderenza della Gran Bretagna, che in queste Olimpiadi ha già vinto la medaglia d’oro velocità a squadre (Jason Kenny, Philip Hindes e Callum Skinner), ha migliorato il record del mondo nell’inseguimento a squadre femminile (quartetto Roswell, Trott, Horne, Barker) e l’inseguimento a squadre maschile davanti alle squadre americane, neozelandesi, australiane, canadesi, in ogni caso “anglosassoni”. É l’osservanza del parquet, dei profili alti, delle ruote lenticolari, delle protesi in carbonio, dei muscoli volitivi, degli esatti posturali, della resistenza aerodinamica e della fisica quantistica. É la formazione metrica della pista che fonda ogni recente successo del ciclismo inglese su strada.

I celebri colpi di reni in volata di Mark Cavendish, The Fastest Man on Two Wheels, vincitore di 30 tappe al Tour de France (solo un certo Eddy Merckx, che a 8 anni pedalava di nascosto nel Vélodrome d’Hiver a Bruxelles, ha fatto meglio), 48 complessive nei tre grandi giri. La caratura scientifica del laboratorio Team Sky, la derivazione prototipale delle sue bici Pinarello, con 7 dei suoi otto corridori britannici (Andrew Fenn, Peter Kennaugh, Alex Peters, Luke Rowe, Ian Stannard, Ben Swift e Geraint Thomas) nati nei velodromi. L’altro è il 3 volte vincitore del Tour de France Christopher Froome.

Quella degli inglesi per il ciclismo su pista è una passione plenaria che nei giorni olimpici, senza il rugby o i Three Lions, diventa sport nazionale con una penchant spiegata da Chris Cleave nel romanzo Gold (Goodreads 2012) e un trasporto lontanamente comparabile a quello dell’Italia per la scherma. Italiani che un tempo contavano sulla pista in legno del mitico Vigorelli di Milano, dove 9 corridorri da Giuseppe Olmo (1935) e tra cui Fausto Coppi (1942) fissarono il record dell’ora per 23 anni consecutivi; dove il 24 giugno 1965 si esibirono i Beatles! Italiani che hanno avuto un campione assoluto del ciclismo su pista, Francesco Moser, che serbano fondate speranze per Elia Viviani (Team Sky) nell’omnium di Rio e che dovranno valorizzare il talento certo di Fillippo Ganna, campione del mondo a inseguimento (Londra 2016) a 19 anni e intanto primo vincitore italiano della Paris-Roubaix Espoirs.

Ci eravamo lasciati a Londra 2012 fra Chris Hoy e Bradley Wiggins, e ci siamo persi via fra vene nostalgiche e speranze future. Certo è che quando Wiggins scelse di trasformare il suo corpo, ristrutturando i muscoli volitivi in fibre bianche per scalare le montagne del Tour de France, iniziò un rapporto più stratificato con il suo Paese. Quel giorno, l’adorazione e la profonda ammirazione nei suoi confronti mutarono in qualcosa di più durevole e definitivamente esemplare, senza intaccare l’ormai classica vocazione degli inglesi per la pista. Ieri Bradley Wiggins ha compiuto l’impresa più grande fra le Alpi e i Pirenei, oggi il re pistard ha conquistato la sua quinta medaglia d’oro olimpica, come Sir Steve Redgrave tra i sudditi della Regina. This is the dawning of the Age of Aquarius.

by Fabio Disingrini

from Eurosport

Sir Bradley Wiggins

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