La meravigliosa avventura del Giro d’Italia si ammanta di racconti di imprese leggendarie e sconfitte omeriche, costruite con fatica e sudore, foriere di gioie e dolori. Un’enciclopedia di storie ed aneddoti che eleggono la Corsa Rosa tra le rassegne sportive più popolari, immancabile compagna per generazioni di appassionati.

Tutto ha inizio il 24 agosto 1908 quando la Gazzetta dello Sport, nella voce del suo direttore Emilio Costamagna, ufficializza la nascita di una nuova corsa in bicicletta, che obbligherà i corridori a percorrere lo Stivale e premierà il vincitore, nella sommatoria dei piazzamenti che determineranno la classifica a punti finale, con la ragguardevole somma di 3.000 lire, da depennare da un montepremi complessivo di 25.000 lire. Giro d’Italia, dunque, dal 13 al 30 maggio 1909 per una prima, storica edizione, e alle 2.53 di notte, in quel Piazzale Loreto a Milano che qualche decennio dopo diventerà noto per altri drammatici accadimenti, si danno appuntamento 127 ciclisti che hanno aderito all’invito degli organizzatori.

Il percorso prevede la disputa di otto tappe, con chilometraggi che vanno dai 206 dell’ultima frazione Torino-Milano, ai 397 (!!!) proprio della prima tappa, la Milano-Bologna. Per permettere ai corridori di recuperare dalle immani fatiche su due ruote, vengono concessi 2 o 3 giorni di riposo tra una tappa e l’altra, anche perché ci sono da scavalcare il Macerone alla terza tappa, con l’aggiunta delle ascese a Rionero Sannitico e a Roccaraso, il Passo del Bracco nella sesta tappa, e Colle di Nava e San Bartolomeo alla settima tappa.

Alla corsa sono iscritte dieci squadre, tra cui le francesi Alcyon e Peugeot, oltre a storiche marche quali Atala, Bianchi, Legnano, Felsinea e Stucchi, ma dei 166 corridori ingaggiati inizialmente, appunto solo 127 si presentano a Piazzale Loreto, tra cui quattro transalpini, di cui due altri non sono che Lucien Petit-Breton, vincitore delle due ultime edizioni del Tour de France, e Louis Trousselier, che trionfò alla Grande Boucle nel 1905. Luigi Ganna, muratore varesino che veste i colori dell’Atala e che a primavera ha vinto la Milano-Sanremo, e Giovanni Gerbi, a sua volta re del Giro di Lombardia nel 1905, sono gli italiani più accreditati, al pari di Carlo Galetti e Carlo Oriani che negli anni a seguire saranno più volte protagonisti sulle strade del Giro d’Italia.

Pronti, via e proprio Gerbi, soprannominato “diavolo rosso” per aver fatto involontariamente irruzione, con la sua bella maglietta rossa da corsa, in una processione religiosa ed esser stato apostrofato dal parroco, che non pare far mistero di volersi aggiudicare la prima tappa, spacca una forcella e deve attendere tre ore prima di ripartire sotto una pioggia battente, giungendo attardato all’ippodromo Zappoli di Bologna dove Ganna cade a sua volta ed è costretto a lasciar via libera a Dario Beni, in maglia Bianchi, che vince la prima tappa della storia del Giro d’Italia dopo oltre 14 ore di fatica.

Tre giorni dopo si va a Chieti e se Petit-Breton, caduto rovinosamente nel corso della prima tappa fratturandosi un braccio, non prende il via, Ganna ha modo di riscattarsi, terminando è vero alle spalle di Giovanni Cuniolo sbagliando l’ingresso all’ultima curva ma balzando al comando della graduatoria provvisoria, davanti a Trousselier che dopo esser stato quinto a Bologna, stavolta deve accontentarsi del terzo posto.

Il 18 maggio, lungo i 243 chilometri a spasso per gli Appennini che uniscono Chieti a Napoli, Ganna è nuovamente sfortunato forando ripetutamente e giungendo al traguardo quasi un’ora dopo che Giovanni Rossignoli ha tagliato per primo la linea d’arrivo davanti ai compagno di squadra Galetti, nuovo leader della classifica, e Canepari. Ma a Roma, quando solo Oriani gli resiste venendo poi infilato in volata, e a Firenze, il campione lombardo è il migliore del lotto e con due vittorie si impadronisce di nuovo del primato, vantando a sera due punti di vantaggio in classifica su Galetti, che con tre tappe ancora da percorrere sembra l’unico corridore in grado di poter contrastare Ganna, anche perché Trousselier, più volte attardato dalle forature, è solo 28esimo al traguardo e a fine giornata, ormai fuori classifica, decide di abbandonare la carovana del Giro.

La sesta tappa, che prevede la scalata del Passo del Bracco, registra la doppietta della Legnano, con Rossignoli che fugge con lo stesso Galetti e lo batte nell’arrivo a due, con Ganna che giunge con un ritardo di oltre 13 minuti e conserva il primo posto in classifica per un solo punto.

Ganna, Galetti e Rossignoli sono dunque i tre nomi che si giocano la vittoria finale nelle due ultime frazioni, la Genova-Torino di 355 chilometri del 27 maggio che mette in programma le ascese del Colle di Nava e del San Bartolomeo, e la Torino-Milano dell’ultimo giorno. E se Ganna giunge solo nel capoluogo piemontese, lasciando Rossignoli a 4 minuti e Galetti a 25 minuti, collezionando il terzo successo parziale ed allungando in classifica, la soluzione finale è demandata a quel che accade verso Milano, con Ganna che fora quando al traguardo mancano 75 chilometri, rimane solo e viene attaccato da Galetti, Rossignoli e Canepari, che fanno fronte comune in casa Legnano, acquisendo un vantaggio di 4 minuti sul capitano dell’Atala. Ma a Rho la dea bendata salva Ganna, che grazie ad un passaggio a livello riesce a rientrare sul gruppo di testa giocandosi vittoria di tappa e classifica del Giro d’Italia in volata.

All’Arena di Milano, il 30 maggio 1909, davanti ad una folla oceanica a testimoniare del successo, oltre ogni più rosea previsione, della corsa, la ruota di Dario Beni è ancora una volta la più veloce a tagliare il traguardo ma Luigi Ganna, che marca stretto Galetti e gli finisce subito dietro, mette in saccoccia i punti necessari a respingere la rimonta dei rivali e con 25 punti è lui il primo re del Giro d’Italia.

“Me me brüsa tanto el cü!“… laconico il commento di Ganna. Che incassa le 3.000 lire destinate al vincitore ed apre il meraviglioso romanzo del Giro d’Italia.

by Nicola Pucci

Luigi Ganna

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