Era il Giro d’Italia del 2017, tappa di Canazei. Pierre Rolland aveva appena vinto, tuttavia non nascose ai microfoni un certo rammarico. Dichiarò, in tutta sincerità, che avrebbe preferito essere stato in grado di attaccare il giorno prima, sullo Stelvio. Tuttavia – aggiunse – alla vigilia della tappa dello Stelvio aveva dormito poco e male, troppo eccitato dall’idea che qualche ora dopo avrebbe pedalato in uno dei luoghi-simbolo del suo sport preferito.
Quel giorno Rolland parlò a lungo del suo amore per la bicicletta e per la natura, per l’aria quando diventa sottile e per il respiro che s’ingrossa. Disse di quanto sia curioso, secondo lui, il paradosso che vuole che più il cuore ti batte forte in petto e meno la fatica ti renda capace di ascoltarlo, e di quanto misticismo occorra per credere che talvolta anche i tentativi come i suoi, tendenzialmente dimoranti al limitare del velleitario, possano andare a buon fine. La sala stampa applaudì convintamente, al termine della conferenza di Rolland. Pochi immaginavano che nelle due stagioni successive lo si sarebbe visto poco e ascoltato ancora meno.
Età e mancanza di risultati hanno cercato di spingerlo ai margini del ciclismo che conta, ma Pierre Rolland quest’anno è tornato. A 34 anni, dopo un anno di assenza seguito a dieci partecipazioni consecutive (sempre arrivato a Parigi), è di nuovo protagonista al Tour de France. A modo suo: spesso in fuga, qualche volta piazzato (2° a Sarran, 5° a Puy Mary), raramente dando l’impressione di poter vincere, giammai anonimo.
Oggi lo si è rivisto sul suo palcoscenico preferito, l’alta montagna. Certo, le uniche cose che ha ottenuto al termine della quindicesima tappa sono state una discreta quantità di battute su cosa abbia chiesto a Gogl (Michael Gogl, a lungo suo compagno di fuga) e il numero rosso di combattivo di giornata, tuttavia i minuti in cui Rolland è stato testa della corsa sono stati di gran lunga le sequenze più romantiche di una tappa di montagna che la Jumbo-Visma ha trasformato in una delle più disarmanti dimostrazioni di forza collettiva degli ultimi anni – che pure in materia non sono stati parchi.
Le divise degli olandesi hanno invaso le salite del Giura come una lunga fila di segnali di pericolo cantieri, quelli – gialli e neri anche loro – che avvertono della presenza sul percorso di macchinari adibiti ai lavori stradali: impossibile accelerare ulteriormente. La squadra olandese ha lavorato per anni con l’obiettivo di giungere esattamente ad essere quello che ha provato di essere oggi, cioè una corazzata di imbarazzante superiorità lanciata verso un’agognata e (finora) strameritata vittoria del Tour de France.
Ciò non toglie che l’immagine di Tom Dumoulin che, farfalla retrocessa a mezzo semovente, si esaurisce in testa al gruppo impostando un ritmo forsennato che impedisca agli avversari di attaccare il proprio capitano, beh, non scalda troppi cuori, e non pare l’incarnazione più spettacolare dell’idea di “ciclismo totale” avanzata dai dirigenti della squadra.
Forse nemmeno la Sky dei tempi d’oro è stata in grado di spianare una salita al modo con cui gli olandesi hanno raso al suolo oggi il Grand Colombier, con il “forse” derivante dal fatto che in una giornata di cotanto dominio la Jumbo ha mancato nonostante tutto il risultato pieno. Il guastafeste risponde ancora una volta al nome di Tadej Pogačar, o Tamau Pogi (“il piccolo Pogi”), o Tadej l’insolente. Chiamatelo come volete, purché sia chiaro che, come sostiene il suo general manager Joxean Matxin, il ragazzetto è straordinariamente prossimo a essere “la perfezione fatta ciclista”.
Dunque questo è stato il Grand Colombier, salita tutta abeti che Quintana e Bernal hanno scoperto fare assonanza più che con Colombia con Colombre, “il pesce che i marinai sopra tutti temono”, la mostruosa creatura che Buzzati s’inventò a partire dalla pronuncia americana della domanda “How many kilometers?”, che a lui suonava come “How many colombers?”.
How many colombers, Egan? Tredici: tanti ne mancavano quando le piccole crepe apparse nei giorni scorsi sono diventate un burrone in cui il capitano della Ineos è sprofondato, incapace – come ha detto lui – di spremere energia fuori dal suo corpo. In cima a una montagna senza tifosi, dentro un silenzio rotto solo dall’impietoso gracchiare dello speaker che ne scandiva il ritardo e sotto lo sguardo onnipotente di Van Aert, carnefice sempre più spietato degli scalatori, Bernal ha tagliato il traguardo a oltre sette minuti da Pogačar e Roglič. «Non cerco nessuna scusa, nessun mal di schiena. Gli altri sono più forti di me e bisogna accettarlo» ha aggiunto, confermando che il ventitreenne sconfitto oggi era, è e sarà un campione.
Domani si riposa; martedì – fatti test e dovuti scongiuri – si ripartirà. Non sappiamo se qualcuno sarà in grado di contendere il Tour de France 2020 agli sloveni. Sappiamo che Pierre Rolland, il mistico della bicicletta, ha promesso almeno un altro dei suoi attacchi, e per ora ci basta.
by Leonardo Piccione

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