A pochi chilometri dall’attraversamento dell’abitato di Benon, l’undicesima tappa del Tour promette bene.

Un gruppetto di sei corridori sta cercando di riportarsi sul primo fuggitivo di giornata. Sono corridori assai solidi, questi sei: Naesen, Küng, Stuyven, Pöstlberger, Van Aesbroeck e Gogl. Se raggiungessero Ladagnous, che è quello davanti a tutti, potrebbero anche dar filo da torcere alle squadre dei velocisti, ché oggi si entra nella seconda metà del Tour e mica sono tutti ancora freschi come glicini e sambuco.

Se Declercq e De Gendt dovessero sbagliare i conti, sottovalutare per qualche motivo le possibilità degli attaccanti, questi potrebbero arrivare, o comunque giocarsela fino in fondo, in uno dei incerti finali che tanto garbano agli spettatori del ciclismo.

Benon, vien dunque da pensare mentre la corsa attraversa l’abitato di Benon, se non fosse che poco dopo quelli della Deceuninck decidono che non va bene: Ladagnous tutto solo okay, Ladagnous con altri sei no, anche perché tra quei sei c’è Pöstlberger, e Pöstlbetger è un compagno di squadra di Sagan, e Sagan è l’avversario principale di Bennett, e Bennett corre per la Deceuninck.

Bizzarro come il ciclismo, questa sfilata di glutei abrasi, sudore e spallate, sia allo stesso tempo questione di ragionamenti sottili, di alleanze sempre incrociate e talvolta criptiche, di accordi di pace stracciati in mezzo alla campagna francese, di piccole schermaglie che col passare dei chilometri evolvono in battaglia – il che nella tappa che arriva a Poitiers potrebbe indurre chi scrive a lanciarsi in un pezzo di registro bellico.

Ma se parlassimo solo di battaglia – più avanti i fatti ci costringeranno a farlo – rischieremmo di dimenticarci di Ladagnous, che invece la tattica ha consegnato a un pomeriggio di ventosa e solitaria visibilità.

Matthieu Ladagnous, da Pau, compirà 36 anni a dicembre. Questo è il suo ottavo Tour de France; la sua undicesima fuga. Per cinque volte le fughe con dentro Ladagnous sono arrivate fino al traguardo: nel basket si direbbe una percentuale realizzativa di tutto rispetto.

Il problema è che il qualcuno dentro le fughe di Ladagnous in grado di vincere non è mai stato Ladagnous.

La volta che Ladagnous è andato più vicino a una vittoria al Tour è stata al primo tentativo, nel 2007: lo ripresero a 500 metri dall’arrivo. Sono passati tredici anni. Un po’ meno (sette) dalla sua ultima vittoria in assoluto, al Tour du Limousin.

Più diventi vecchio più provi piacere a veder vincere i tuoi compagni, ha detto qualche mese fa Ladagnous in un’intervista. Per anni gregario di Démare, nelle ultime stagioni è diventato uno dei più fidati riferimenti di Pinot. Nel 2018, avendo corso il Giro d’Italia con Thibaut, Ladagnous saltò il Tour, tuttavia la sera della vittoria in volata di Démare nella sua Pau non mancò di visitare i compagni di squadra in hotel. Offrì a tutti del foie gras fatto in casa, il più buono che Guarnieri abbia mangiato in vita sua.

L’anno scorso – era la tappa del Tourmalet – Ladagnous finì sui giornali perché a pochi chilometri dalla vetta lo si vide improvvisamente fermo a bordo strada. Un tifoso gli aveva detto che Pinot aveva attaccato dal gruppo dei migliori e stava per vincere, così lui decise di vedersi gli ultimi trecento metri della corsa in tv, dentro un camper, prima di ripartire.

Finì sui giornali anche una settimana dopo, le sue spalle uno dei ripari del volto sfatto di Pinot nel giorno del ritiro. Scena che si è riproposta quest’anno, nella tappa di Loudenvielle: Thibaut di nuovo in difficoltà e Matthieu di nuovo a consolarlo, facendo sorgere il dubbio che le sole occasioni per citare il vecchio Ladagnous fossero ormai le crisi del suo capitano, le volte in cui oltre che gregario gli tocca essere un po’ psicologo, ricorrendo a carezze e pacche sulle spalle, a motti simili forse a uno dei più celebri di Michel Foucault, filosofo di Poitiers, che una volta disse che l’uomo è la più infelice e la più fragile fra tutte le creature, ma allo stesso tempo la più orgogliosa.

Oggi invece Ladagnous ha fatto il corridore e basta: centovetitré chilometri in testa a quasi trentanove orari di media. Glielo avevano chiesto i suoi figli di andare in fuga. In totale tre ore di mondovisione, prima che gli ultimi dieci minuti confermassero una volta di più che il Tour de France è la sola forma di conflitto internazionale, oltre alla guerra, che ha luogo sulle soglie delle case (l’ha scritto Geoffrey Nicholson, giornalista inglese del secolo scorso).

Questo sono le volate del Tour: guerre-lampo in cui sempre si rischia, qualche volta si esagera, troppo spesso interferisce il pubblico e non di rado – ma non per questo dando l’impressione di ripetersi – vince la fenomenale fionda umana per brevità chiamata Ewan.

by Leonardo Piccione

Tor de France

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