Il Tour cercherà di portare un po’ di giallo nella zona rossa. La regione delle Alpi Marittime è infatti una delle diciannove regioni dove i casi registrati di Covid-19 hanno subito una preoccupante impennata. Per questo le autorità locale hanno imposto delle restrizioni al numero degli spettatori lungo il percorso, hanno imposto il blocco di tutte le manifestazioni correlate al Tour e limitato l’accesso alle salite che i corridori affronteranno. E le salite in questa Grande Départe ci sono e sono tante.
Da Nizza si parte e a Nizza si arriva per due giorni di fila. La prima tappa è un’ouverture ritmata e vallonata, con qualche ascesa sonora e diversi piani per non strafare, l’ultimo quello verso l’arrivo, ché in fondo è giusto dare a tutti la possibilità di sperare di poter indossare la prima maglia gialla. Velocisti, uomini da classiche, gente di tigna e coraggio, finisseur e, perché no, qualche avanguardista testardo hanno più di una possibilità di agguantare la vittoria.
Se prologo ed epilogo saranno uguali, tutto il resto cambierà nel corso della seconda tappa. Perché i corridori si troveranno sotto le ruote il meglio prealpino che la regione ha da offrire: Col de la Colmiane e Col de Turini, uno dopo l’altro. E poco importa se sono poste a una certa distanza dal traguardo. Perché le gambe un po’ più stanche lasceranno al Col d’Eze e al Col des Quatre Chemins la possibilità di scremare ciò che è da scremare.
La terza tappa darà una occasione ai velocisti. Verso Sisteron si sale e non poco, ma nelle prime fasi della corsa, poi la strada si fa più gentile. La quarta tappa è l’esatto contrario della precedente. Le asperità sono tutte nel finale e a Orcières-Merlette si giungerà dopo sette chilometri tutti all’insù (anzi di più perché la strada, anche se piano, inizia a salire prima). Primo arrivo in salita, nulla di impossibile. O forse sì per una buona parte del gruppo.
A Privas, arrivo della quinta tappa, gli sprinter potrebbero reclamare spazio. Ma sarà uno spazio che dovranno conquistarsi perché prima dell’ultimo chilometro ci sono tre strappetti di quelli che restano nelle gambe e di gente veloce e coriacea ce n’è parecchia. Wout Van Aert su tutti.
Per arrivare a Mont Aigoual ci sono 8,3 chilometri al quattro per cento. Una sciocchezza si sarebbe portati a pensare. Eppure non è così. Perché prima di quegli ottomila metri finali, la sesta tappa concede ai corridori il Col de la Lusette. E qui i chilometri sono undici e la pendenza è al sette. L’ascesa finale può essere cassa di risonanza di difficoltà e appiattimento di sogni rivoluzionari tanto per. Ma se la rivoluzione è seria ecco che qualcosa si più costruire davvero.
La settima tappa avvicina i corridori ai Pirenei. Ma i Pirenei rimangono sullo sfondo. Lo sprint accenderà il finale di Lavaur.
Loudenvielle è valle e nemmeno delle più conosciute. Ma i Pirenei sono sconosciuti di natura e aspri e arrabbiati, soprattutto tutti attorno. Col de Menté, Port de Balès e Col de Peyresourde sono da scalare e da discendere. E in queste zone di Francia anche le discese fanno la loro gran figura. E per fortuna il Tour de France se sta sempre più accorgendo.
A ovest di Laruns i Pirenei iniziano già a stancarsi di essere grandi montagne. Si abbassano, di abbelliscono, ma sono pur sempre Pirenei, “hanno un cuore cattivo”, diceva Ottavio Bottecchia. E che aveva ragione il buon Ottavio lo capiranno i corridori. Cime basse ma verticali. Se farà caldo sarà un inferno. Se pioverà sarà un inferno. Le conclusioni le trae chi legge. L’inizio della seconda settimana è un festival per velocisti. 168 chilometri lisci e spediti. A Saint-Martin-de-Ré se la giocheranno gli sprinter. Se ci saranno sorprese saranno sorpresone.
L’undicesima tappa porta a Poitiers. Tutto porta a pensare che si ripeta ciò che è accaduto il giorno precedente. Ma questa è zona di battaglie e di colpi di mano. E la storia a volte si ripete.
A Sarran le cose si complicano, la strada sale e scende di continuo ma forse non abbastanza per vedere stravolgimenti. Se il gruppo però si dimentica della fuga questa può trovare terreno buono. Anche per sconvolgere ciò che si pensa scontato.
Non stesse correndo il Tour de France si potrebbe guardare l’incanto che c’è attorno. Ma una grande corsa offusca gli occhi e distrae dal contesto. Peccato. Verso la cima del Puy Mary si sale e la strada è una coltellata. Il finale ha le possibilità di diventare spettacolare. Basta volerlo.
La quattordicesima tappa è un tagadà. La strada subisce forze centripede e centrifughe che l’altimetria non palesa del tutto. Verso Lione ci può essere terreno buono per rivolte da bassa e alta classifica. Ma è solo una possibilità. L’altra, e forse più probabile, è che la paura per il dopo stringa le ambizioni dell’oggi.
Il dopo, d’altra parte, sono 17 chilometri al sette e passa per cento. Il Grand Colombiere è il primo arrivo in salita vecchia scuola. Salita lunga, che molla ogni tanto per poi dar sfogo di cattiveria. Chi si è nascosto sino a questo momento dovrà uscire allo scoperto. Il resto sarà un concerto di facce tirate, stanche, qualche crisi, la certezza che ora si balla sul serio.
Per salire a Villard-de-Lans ci sono due chilometri che arrivano dopo una ventina di chilometri d’altipiano tutto a circa mille metri introdotto dal Montée de Saint-Nizier-du-Moucherotte, cioè salita vera, lunga quasi una dozzina di chilometri. E prima ancora il Col de Porte e la Cote de Revel. Se si crea un’alleanza tra chi si trova avanti al Montée c’è modo di far saltare un po’ la corsa.
Fino a Méribel è salita discretamente difficile, ma nulla di impossibile. Poi tutto cambia. Per salire al Col de la Loze tutto cambia e si complica. La strada si impenna e la montagna diventa respingente per chi non la sa domare. Anche perché prima c’è il Col de la Madeleine a intoppare muscoli e buone intenzioni. La diciasettesima tappa è un tappone vecchia scuola. Di quelli che non deludono mai.
E ancor più vecchia scuola è la diciottesima tappa, quella che porta a La Roche-sur-Foron. Sei passi, anche se solo cinque sono Gpm. Si sale subito e pianura non ce n’è. L’ultima grande salita è a oltre trenta chilometri dall’arrivo ed è il Plateau des Glières, montagna cara alla Resistenza francese. Per arrivarci in cima c’è da mettersi alle spalle un muro di sei chilometri e altri due facili facili che possono essere quelli giusti per scavare minuti. Per sfruttare l’occasione e riscrivere ciò che è stato scritto ci vuole coraggio. La speranza è che non manchi.
Verso Champagnole le Alpi saranno solo immagine in lontananza. Di pianura non ce n’è. Di montagna neppure. Se qualcuno vuole controllare la corsa dovrà metterci anima e soprattutto tanto fiato. Gli avanguardisti si potranno sbizzarrire.
Trentasei chilometri a cronometro. Penultimo atto del Tour de France. Trenta sono mossi, gli ultimi sei verticali. Si arriva a La Planche-des-Belles-Filles. Non è cronoscalata ma quasi. A sera il nome del vincitore del Tour sarà certo. Forse.
Dopo tre settimane i Campi Elisi. Sprint finale e tanti saluti. Anche se a distanza di sicurezza.
Chi vince il Tour De France?
Fosse un anno normale ci sarebbero due nomi su tutti: Egan Bernal e Primoz Roglic. Ma dato che un anno normale non è allora di pretendenti alla maglia gialla ce ne sono un po’ di più, anzi parecchi. Perché nessuno ha seguito un avvicinamento normale e quelli che stavano meglio sono incorsi in cadute e problemi fisici. Il colombiano ha mal di schiena, lo sloveno un po’ di botte non del tutto assorbite. E si sale subito, quindi il tempo di adattamento è minore e gli acciacchi si faranno subito sentire.
Partire forte quest’anno potrebbe essere la scelta giusta. E visto il percorso gente come Julian Alaphilippe (non considerate i distacchi al Delfinato, aveva detto chiaramente che non avrebbe fatto classifica), Adam Yates, Alejandro Valverde, Rigoberto Uran, Daniel Martin, Romain Bardet e perché no Sergio Higuita potrebbero costruirsi un vantaggio interessante. Se così fosse saranno necessari attacchi e la corsa diventerebbe uno spettacolo.
Bernal e Roglic, ma non solo loro. Perché Guillaume Martin ha dimostrato di essere maturo per stare coi migliori; Tadej Pogacar è uno che per talento vale i migliori della nuova generazione del ciclismo mondiale e sul podio non sfigurebbe; Emanuel Buchmann è la riedizione moderna dei migliori cani segugio della storia del ciclismo, gente coriacea e incapace a staccarsi o ad alzare bandiera bianca; Mikel Landa ha una voglia matta di far vedere che negli anni scorsi gli altri si sbagliavano e lui era davvero un capitano; Nairo Quintana ha una voglia matta di far vedere che lui non era in crisi, erano gli altri che non lo capivano; Richie Porte è uno che non molla mai se la sfortuna non lo rapisce; Thibaut Pinot sa che questa è la sua occasione, quella di mettersi a ruota di Bernard Hinault e riportare in Francia la maglia gialla. E ce la può fare.
E poi ci sono i guardiaspalle che tanto guardiaspalle non sono. Perché Richard Carapaz e Tom Dumoulin sono ragazzi intelligenti che sanno stare al loro posto, ma sanno anche di avere gamba e forza per fregarsene di tutto e dimostrare sulla strada che le gerarchie nel ciclismo non sono così gerarchiche.
E in un romanzo giallo va spesso a finire che è l’insospettabile il colpevole.
Le regole anti-covid
Una per tutta la carovana che quando non sarà in corsa sarà in albergo e quando non sarà in albergo in corsa. Trenta persone al massimo e non una di più, nessun contatto con l’esterno. Una semi-clausura indispensabile.
Una per il pubblico. Poco e con pass. Mascherine e distanze interpersonali obbligatorie ovunque, pure nelle salite. Ancora non è certo quanto percorso sarà chiuso agli spettatori, sicuramente il ritrovo di partenza a Nizza. Poi si vedrà.
Una per i corridori. Nessun selfie, nessun autografo, nessun contatto con chi non vive nella bolla.
Per salvare il Tour de France tutto sarà controllato. Corridori, staff e organizzazione in primis. Due test prima di partire poi tamponi e sierologici durante le due giornate di riposo. Se qualcuno presenta sintomi compatibili con il Covd i medici delle squadre lo dovranno riferire immediatamente agli organizzatori. Scatterà l’isolamento e sarà mandato a casa. Due positivi in una settimana tra i corridori e tutta la squadra dovrà andare a casa.
by Giovanni Battistuzzi
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