C’era un uomo che amava le isole. Non era venuto al mondo su un’isola, tuttavia. All’epoca della sua nascita, i suoi vivevano in Belgio. Suo padre era un calciatore del Wervik: centrocampista, per la precisione.
Qualche anno dopo, riportata la famiglia sull’isola d’origine, Michael Bennett – questo il nome del centrocampista – aveva cercato di fare anche di suo figlio un calciatore, ma Sam aveva compresto subito che il calcio non faceva per lui: se ti capita di far parte di una squadra cattiva, nel calcio, tu da solo non puoi fare molto per vincere. Invece a lui piaceva l’idea di far le cose per conto proprio.
Per un po’ visse in un mondo tutto suo, una specie di isola con le fattezze di una cameretta e di una PlayStation sempre accesa. Era silenzioso.
A dieci anni fece un giro su una mountain bike. Gli piacque: ebbe l’impressione che quell’oggetto poteva finalmente dargli un’identità. Lo sport può dare a tutti un’identità, avrebbe detto qualche tempo dopo. E così continuò.
Passò alla strada, vinse le sue prime corse e, come spesso accade a chi vive su un’isola, un giorno se andò, per diventare grande sulla terraferma. A diciannove anni correva in una squadra di Marsiglia, ma pochi mesi dopo venne investito da un’automobile. Si riprese, tornò a vincere qualche corsa e firmò il suo primo contratto da professionista, però la forma andava e veniva, a risultati buoni ne seguivano di pessimi e la vita non era l’oasi di felicità che aveva immaginato.
Quando, due anni dopo, cadde un’altra volta, decise di tornarsene in Irlanda.
Un uomo che ama le isole è capace di non parlare con nessuno per settimane, e così fece Bennett nella primavera del 2013. Stette per un po’ da solo, infine decise di dare un’ultima possibilità alla bicicletta, dedicandosi per alcuni mesi a essa con un’intensità e una convinzione che gli valsero il soprannome di Mister Unsociable.
Bennett considera quei mesi della sua vita come del finale di una corsa, quando la volata si avvicina e tu sei pieno di dubbi, e ti chiedi se puoi farcela per davvero, e pensi di no, e poi invece capisci che l’unico modo per vincere è convincerti che lo farai.
L’autunno successivo, rimesso a nuovo, vinse una tappa al Giro d’Inghilterra. Pochi mesi dopo firmò per la NetApp, la squadra tedesca che presto sarebbe diventata la Bora-Hansgrohe, e che nel 2015 l’avrebbe fatto esordire al Tour de France.
Da allora la carriera di Bennett ha seguito un andamento senza fluttuazioni. Un grafico razionale, una crescita lenta ma costante che l’ha portato a vincere tappe al Giro di Turchia e alla Parigi-Nizza, al Giro d’Italia e alla Vuelta a España.
È stato campione nazionale – l’anno scorso – eppure il suo nome in Irlanda continuava a essere percepito per qualche ragione come secondario. Mancava ancora qualcosa. Era convinto, Bennett, che per cambiare per sempre il modo con cui nazione e mondo lo consideravano doveva vincere una tappa al Tour de France.
Per tre anni il Tour de France non l’ha potuto correre, però: nella sua squadra c’erano altri velocisti importanti; c’era, soprattutto, Sagan. La Bora era diventata un’isola troppo affollata e un’isola, se è appena un po’ troppo popolata, non è meglio di un continente. Bisogna che sia libera prima che dia la sensazione dell’isola, e che vi si possa realizzarne un mondo tutto proprio.
Bennett è passato allora alla Deceunick Quick-Step, che quest’anno l’ha selezionato come suo velocista per il Tour de France. È arrivato quarto a Nizza, secondo a Sisteron, terzo a Privas. La nona tappa, oggi, lo vedeva ancora una volta tra i favoriti. Una tappa che partiva da un’isola e finiva su un’altra isola.
Dall’isola di Oléron all’isola di Ré: la prima più grande, la seconda più piccola, una protuberanza che si solleva appena dall’Atlantico. In mezzo alle due isole fari, forti, rotatorie e ponti.
Subito dopo l’ultimo, il più insidioso, Bennett si è piazzato alla ruota di Mørkøv come un’alga radicata sul fondo del mare. Quando è uscito dall’ombra del compagno, nessuno è stato in grado di superarlo; non Ewan, neppure Sagan. Ha vinto come tante volte ha vinto negli ultimi anni, ma quando l’intervistatore gli ha spiegato che aveva vinto una tappa al Tour de France qualcosa in lui è cambiato.
«Pensavo di scoppiare in lacrime, e invece sono sotto shock», ha detto un secondo prima di scoppiare in lacrime, di ringraziare tutti, di dire che nella vita a volte succedono cose in cui a un certo punto non speravi più e di mettersi a fissare la sua medaglia come fosse uno schermo su cui scorreva il suo passato.
Che Sam Bennett abbia raggiunto l’approdo sognato? Quando David Herbert Lawrence fece trovare la pace al suo “Uomo che amava le isole”, scrisse che «la sua anima era come una grotta sottomarina illuminata fiocamente, nella quale una strana vegetazione acquatica si distende quasi senza ondeggiare nell’atmosfera liquida, e un pesce muto entra furtivo e poi di nuovo scivola via.»
by Leonardo Piccione

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