Alla luce di quel che accadde nei due decenni successivi di ciclismo tricolore, è necessario dare alla vittoria di Vasco Bergamaschi al Giro d’Italia 1935 il giusto risalto. Perchè, ad onor del vero, di rado ci si ricorda di quest’impresa in maglia rosa puntando invece la lente d’ingrandimento sull’esordio, in quell’edizione naturalmente storica, di Gino Bartali, uno dei più grandi di sempre.
Mantovano di San Giacomo delle Segnate, dove nacque il 29 ottobre 1909, Bergamaschi è già professionista da qualche anno, esattamente dal 1930 quando, correndo da individuale, si impone alla Coppa del Re e al Giro di Ungheria, per poi, saltata l’intera stagione 1931, entrare l’anno successivo nei quadri della Maino che ha in Learco Guerra il suo storico capitano.
Proprio in appoggio alla “locomotiva umana” Bergamaschi corre il Giro d’Italia nel 1932, terminando 36esimo, per poi, ritirato nel 1933 al pari di Guerra, non portare a termine l’edizione del 1934 della Corsa Rosa che Learco, invece, si aggiudica con soli 51″ di vantaggio su Francesco Camusso.
Abile scalatore, come dimostra il 13esimo posto al Giro di Lombardia del 1934, ed affatto a disagio sia a cronometro che in volata, Bergamaschi nei primi anni di carriera svolge al meglio il suo ruolo di gregario, partecipando anche al Tour de France del 1933 concluso in un’onorevole 39esima posizione, ma se le vittorie non impreziosiscono il suo palmares, ecco che per il 1935 il lombardo, maturato agonisticamente, ha in serbo il colpaccio. Ed è un exploit che si tinge di rosa e lo proietta, per sempre, nell’alveo dei campioni immortali. Seppur qualcuno, più grande di lui, gli neghi la giusta vetrina.
Learco Guerra, vincitore dodici mesi prima, è ovviamente il campione di riferimento di un’edizione del Giro d’Italia 1935 che impegna i corridori in 3.577 chilometri di fatica, distribuiti in 20 tappe da disputarsi tra il 18 maggio e il 9 giugno, con partenza ed arrivo decretate a Milano. Alfredo Binda è all’ultima recita di una carriera monumentale che lo ha visto già cinque volte trionfatore alla Corsa Rosa, ma i suoi muscoli sono ormai stanchi e, a dispetto di quattro secondi posti parziali, terminerà non meglio che 16esimo con un ritardo di 31’13”. E se un fuoriclasse si avvia al tramonto, così come è della partita, sempre in maglia Maino, Costante Girardengo che di anni ne ha 42 e fu secondo esattamente dieci anni prima, nel 1925, un’altra stella di abbacinante grandezza si affaccia al proscenio, tale Gino Bartali, classe 1914, di Ponte a Ema alle porte di Firenze, che col quarto posto alla Milano-Sanremo vinta da Giuseppe Olmo, altro pretendente alla vittoria finale, ha mostrato di che pasta sia fatto.
Bergamaschi, come è logico che sia, dovrebbe lavorare per Guerra, che dovrà vedersela anche con l’agguerrito contingente francese che ha in André Leducq, re del Tour de France nel 1930 e nel 1932 ma troppo fuori forma e costretto al ritiro, e Maurice Archambaud, che sarà infine quinto, i suoi alfieri più accreditati, ma vince subito in volata la prima tappa che si conclude a Cremona, vestendo la maglia rosa per poi venir deposto da Domenico Piemontesi, terzo nel 1933, che fugge con Domenico Fantini verso Mantova battendolo sul traguardo e cedendogli poi, a sua volta, le insegne del primato a Cesenatico, a sera del secondo successo consecutivo di Guerra, già primo a Rovigo.
La “locomotiva umana” è in rampa di lancio, proprio nel giorno in cui Girardengo, ormai da troppi anni non più all’altezza della sua fama, abbandona la corsa, ma il 22 maggio, quando per la prima volta il Giro propone due tappe nella stessa giornata, Olmo, che difende i colori della Bianchi, domina la cronometro di 35 chilometri tra Cesena e Riccione, battendo Aldo Bini di 1’17”, relegando lo stesso Guerra a 1’24”, sopravanzando Archambaud, che la fama di essere fortissimo contro il tempo, di 1’39” e distanziando Bergamaschi, che si ritrova secondo in classifica a soli 34″ dallo stesso Olmo, di 1’57”.
I giochi sono ovviamente tutti da fare, ma Olmo, indubbiamente, sembra essere l’avversario più temibile non solo per Guerra, che veste i panni di favorito, ma anche di Bergamaschi, che, annunciato dal 17esimo posto in primavera alla Milano-Sanremo, non è davvero più un semplice ed onesto luogotenente.
Il 24 maggio 1935, dopo un giorno di riposo, il programma prevede non solo 171 chilometri da coprirsi tra Porto Civitanova e L’Aquila, ma anche l’ascesa ai 1.300 metri del Passo delle Capannelle, ed è qui che si scrive la storia del ciclismo. Su quelle rampe non troppo severe, nasce infatti la leggenda di Gino Bartali, che, compagno di squadra in maglia Frejus di Giuseppe Martano, già due volte sul podio al Tour de France, semina tutti e coglie allo Stadio Berta la sua prima vittoria in carriera sulle strade del Giro d’Italia. Bergamaschi cede 1’47” al toscano ma fa meglio, nettamente meglio, di Guerra, Olmo ed Archambaud, staccati di oltre tre minuti, che si marcano stretti e vedono Vasco, a sera, tornare in possesso della maglia rosa. Non la cederà più a nessuno.
Guerra, con il compagno di squadra in vetta alla classifica, si trova dunque a dover inseguire, ma se fa valere il suo spunto veloce a Lanciano, Bari e Roma, non ha la stessa forma del 1934 e non riesce a fare la differenza sui percorsi ondulati che gli organizzatori hanno disegnato per lui. E nella tappa tra Roma e Firenze, lunga 317 chilometri e con le asperità di Radicofani e Cimini, attacca ancora Bartali, che sente il profumo delle colline di casa e si guadagnerà a fine Giro la palma di miglior scalatore, prima di venir raggiunto e poi staccato da un plotoncino di sei contrattaccanti che comprende, tra gli altri, lo stesso Bergamaschi, Archambaud e Martano. La maglia rosa moltiplica le energie di Vasco che sul traguardo brucia i compagni di fuga ed incrementa il suo vantaggio in classifica, con Ezio Cecchi ora secondo a 3’27”, Martano terzo a 3’50” ed Olmo, Guerra e Bartali, distanzianti di ulteriori cinque minuti, che scivolano indietro ad oltre otto minuti dal leader della graduatoria.
E se verso Montecatini Terme la salita di Porretta chiama gli assi alla riscossa nel giorno in cui Bergamaschi si incolla alla ruota degli avversari diretti ed Olmo è primo al traguardo, tocca alla cronometro di Viareggio, 43 chilometri partendo da Lucca, stabilire le gerarchie in classifica. Vince Archambaud, che si lascia alle spalle Olmo e Guerra, ma Bergamaschi si difende come un leone, cede solo 6 secondi a Martano, guadagna 3 minuti su Cecchi e a fine giornata, tenuta ben salda sulle spalle la maglia rosa, può guardare con ottimismo alle ultime tappe.
Guerra, ormai, non può che accettare di dover ricoprire l’inatteso ruolo di aiutante di quello che, sulla carta, doveva essere il suo gregario più fidato, e se Olmo, irriducibile, prova a scombinare i piani della Maino provando a far saltare il banco a Cuneo ed Asti, dove si impone ma recupera solo pochi secondi, l’ultimo pericolo per Bergamaschi è rappresentato dalla scalata del Sestriere, che con i suoi 2.033 metri, al penultimo giorno, è la vetta del Giro. Ma dopo 8 ore e mezzo di fatica, Bergamaschi, Martano, Olmo, Guerra ed Archambaud, che occupano le prime cinque posizioni della graduatoria (Cecchi era crollato ad oltre 15 minuti nella tappa di Cuneo), sono l’uno accanto all’altro, ed allora, con Bartali che passa primo in vetta al Sestriere e Raffaele Di Paco che si conferma ruota veloce, Vasco Bergamaschi infine può esultare.
L’ultima maglia rosa, ben salda, è sua, e pazienza se poi la storia del pedale si ricorderà più dell’esordio vincente di Ginettaccio che di lui. L’albo d’oro del Giro d’Italia 1935 porta vergato il suo nome, e questo è già un trionfo. Noi abbiamo solo provato a rendergli il giusto merito.
by Nicola Pucci


