A scorrere il prestigiosissimo albo d’oro della Parigi-Roubaix, all’anno 1937 compare il nome di Jules Rossi. Che non appartiene certo alla ristretta cerchia dei fuoriclasse del pedale, ma ha storia interessante, vinse pur sempre la “regina delle classiche“… e merita che si liberi dal campo dagli equivoci sul suo nome.
Rossi, in effetti, all’anagrafe è italiano di nascita (e potrebbe essere altrimenti con quel cognome così comunemente tricolore?), se è vero che Giulio vede la luce a Boccolo de’Tassi, ridente frazione di Bardi, nel parmense, il 3 novembre 1914. E se alla tenera età di 4 anni, rimasto orfano, emigra in Francia al gancio della famiglia che si prende cura di lui, installandosi a Nogent-sur-Seine e assumendo a quelle latitudini il nome di Jules, solo nel 1946 prenderà la cittadinanza del Paese d’Oltralpe, avvalorando la tesi di chi ritenga opportuno, in quell’albo d’oro di cui sopra, vergare la sua firma come Giulio Rossi.
In Francia, ovviamente, Rossi inizia a pedalere, e se da dilettante denuncia buone doti di passista, correndo per il Vélo-Club de Levallois, ecco che all’atto di passare professionista, a far data 1935 al soldo dell’Armor a cui regala la vittoria alla Parigi-Troyes battendo quel Marcel Bidot che diventerà noto, soprattutto, quale commissario tecnico della Nazionale francese tra il 1952 e il 1969, per poi passare all’Alcyon-Dunlop l’anno dopo, conferma di esser corridore adatto alle corse in linea. Come certificano il secondo posto alla chilometrica Bordeaux-Parigi, alle spalle di Paul Chocque, e il quinto alla Parigi-Roubaix.
Già, la Parigi-Roubaix, che in un piovoso 28 marzo 1937 lo destina all’immortalità. E’ l’edizione numero 38 di una classica che aprì la sua leggenda in un lontano, ormai, 1896, quando ad imporsi fu il tedesco Josef Fischer. Si parte da Argenteuil, e se 255 chilometri di fatica atrofizzeranno i muscoli ed annebbieranno la vista, chi sfreccerà primo sul traguardo posto in Avenue Gustave-Delory avrà in premio l’elezione, perpetua, a campione. E non sarà davvero conforto da poco.
Il francese Georges Speicher ha vinto l’ultima edizione, interrompendo un dominio dei belgi che si protraeva, addirittura, dal 1929. E se il transalpino punta a concedere il bis, ma sarà solo decimo all’arrivo, sono proprio i ciclisti fiamminghi a recitare la parte dei protagonisti più attesi, allineando ai nastri di partenza, tra i 181 temerari ingaggiati, e pur in assenza di quel Raston Rebry che fece doppietta nel 1934 e nel 1935 dopo aver già trionfato nel 1931, pretendenti autorevoli alla vittoria quali Eloi Meulenberg e Marcel Kint, che saranno i due prossimi campioni del mondo, Felicien Vervaecke, terzo al Tour de France nel 1935 e nel 1936, Albert Hendrickx, Frans Bonduel, Joseph Moerenhout e Gustave Danneels.
Fernand Mithouard, che vinse la Bordeaux-Parigi nel 1933 ed ha quindi ottima attitudine sul passo e non teme le lunghe distanze, è il primo a tentare l’avventura solitaria, allungando all’altezza di Pontoise. E se il plotone lo riassorbe, ci prova ancora, in compagnia di sei altri avventurosi, tra i quali Maurice Archambaud, futuro primatista dell’ora (45,840 km al Vigorelli di Milano, il 3 novembre 1937) e Gustave Danneels, già due volte vincitore della Parigi-Tours.
I sette uomini al comando aumentano progressivamente il loro vantaggio, che raggiunge i quattro minuti a Beauvais, provocando la reazione di alcuni contrattaccanti che riescono a rientrare sul gruppo di testa. Tra questi, proprio Vervaecke, dopo il passaggio ad Arras, tenta a sua volta la sortita in avanscoperta, rimanendo solo per più di venti chilometri prima di consumare ogni residuo di energia e vedersi acchiappato e poi superato dagli otto corridori che andranno a giocarsi la vittoria finale.
I belgi Gustave Danneels, Albert Hendrickx, Noël Declercq, Aimé Lievens, Emiel Vandepitte, il francese Severin Vergili e proprio Giulio Rossi, a cui si aggiunge in un secondo momento un altro italiano, Cesare Moretti, che verrà poi seminato, complice una foratura ed una cduta, e terminerà 33esimo, compongono il plotoncino all’attacco. Ed è proprio Rossi a giocare la carta a sorpresa, attaccando a dieci chilometri dalla conclusione, venendo tuttavia fermato da un passaggio a livello che permette ad Hendrickx, Declercq, Vandepitte e Lievens di rientrare su li lui, mentre Danneels e Vergili sono irrimediabilmente tagliati fuori dalla battaglia, serrata, per il primo posto.
All’arrivo si presentano, dunque, quattro belgi ed un italiano, e se i fiamminghi, piuttosto che cooperare per far fuori l’intruso, corrono l’uno contro l’altro, ecco che Giulio, o Jules come poi comparirà nell’ordine d’arrivo, che veste i colori della Thomann ed ha poco più di 23 anni, beffa tutti, impostando un interminabile sprint di potenza lungo due chilometri che gli consente di tenersi i rivali a ruota.
L’italianissimo Rossi (che negli anni a venire metterà in carniere Parigi-Tours e una tappa al Tour de France nel 1938, il Gran Premio delle Nazioni a cronometro nel 1941 e sarà nuovamente secondo nell’”inferno del nord” nel 1944 battuto dal belga Maurice Desimpelaere) sorprende e vince la Parigi-Roubaix. E pazienza se all’albo d’oro, anno 1937, è tracciato come Jules… a noi piace ricordarlo verde-bianco-rosso.
by Nicola Pucci


