Quando il Tour de France 1990 avrà il suo epilogo nel maestoso scenario degli Champs-Élysées, i francesi, che di ciclismo se ne intendono, applaudiranno in Greg Lemond il degno vincitore capace di far tripletta dopo aver battuto i due eroi transalpini per eccellenza, Bernard Hinault nel 1986 e Laurent Fignon nel 1989. Ma l’affetto più sincero, ed anche più caloroso, sarà destinato al suo delfino, un omino con la testa incassata nella spalle, non bellissimo a vedersi ma straordinariamente emozionante quando lasciato libero di esprimere la sua audacia in bicicletta.

Claudio Chiappucci, signori miei, lo avrete capito, è il protagonista di queste righe che oggi la clessidra del tempo ci dirotta sulle strade assolate della Grande Boucle, anno del Signore 1990, per l’edizione numero 77 di una corsa che elegge il ragazzo nato ad Uboldo, in provincia di Varese, il 28 febbraio 1963, campione del pedale.

Perché in effetti, almeno fino a quel momento storico, Chiappucci non ha grandi exploit da mostrare al suo palmares. Passato professionista nel 1985 al soldo della Carrera diretta da Davide Boifava, il varesino ha dovuto attendere il quinto anno di attività per cogliere infine le prime perle tra i “grandi“, vincendo nel 1989 Coppa Placci e Giro del Piemonte, non prima di esser giunto terzo a primavera in una classica di un certo lignaggio come l’Henninger Turm, battuto da Jean-Marie Wampers e da Martial Gayant. E se le corse in linea che presentano tracciati nervosi sembrano essere il suo terreno di caccia preferito, ecco che il Giro d’Italia 1990 segna il punto di svolta della carriera di Chiappucci, che se termina 12esimo in classifica generale, fa sua altresì la maglia verde di miglior scalatore. E con queste credenziali si allinea al via del Tour de France, spalla di quel Flavio Giupponi che fu secondo al Giro dell’edizione precedente ma per l’anno in corso ha toppato l’appuntamento con la Corsa Rosa, solo 17esimo quando ben altre erano le sue ambizioni.

Solo 81esimo alla prima partecipazione in Francia, appunto nel 1989, Chiappucci non rientra ovviamente nel novero dei candidati al successo finale, veste quella che spetta a Lemond, in qualità di campione uscente, nonchè di titolare della maglia arcobaleno, a Laurent Fignon che vuol riscattare la beffa inflittagli dall’americano che nella cronometro decisiva lo ha lasciato con l’amaro del secondo posto per l’inezia di 8″, a Perico Delgado che vinse nel 1988 e sulle strade transalpine è sempre protagonista, e magari anche all’olandese Eric Breukink e all’altro statunitense Andrew Hampsten, gli eroi del Gavia al Giro d’Italia del 1988. Ci sarebbero anche Gianni Bugno e Charly Mottet, primo e secondo alla Corsa Rosa dominata dal monzese, ma è ovvio che su di loro, al di là delle illusioni di grandezza, grava il peso di sommare la fatica di due grandi Giri disputati nello spazio di poche settimane.

Chiappucci è dunque libero di incendiare la corsa come meglio crede, e dopo che Thierry Marie, il 30 giugno, ha indossato la prima maglia gialla confermando le sue doti contro il tempo vincendo il prologo di Futuroscope, il portacolori della Carrera non attende davvero molto per mettere in mostra le sue doti di corridore garibaldino. La prima semitappa del 1 luglio, 138 chilometri tra Futuroscope e… Futuroscope, non presenta difficoltà altimetriche, ma fa lo stesso, Chiappucci al pronti-via si invola con Ronan Pensec, l’olandese Frans Maassen e il canadese Steve Bauer e visto che il gruppo, complice anche una caduta di Delgado, lascia fare, dopo aver raggiunto un vantaggio massimo di tredici minuti, giunge al traguardo in terza posizione, superato in volata da Maasen e Pensec, ma trovandosi a sera terzo in classifica genarale, a nove secondi da Bauer che è maglia gialla ma con oltre dieci minuti sui favoriti alla vittoria finale.

Nessuno si illude che quel margine così cospicuo possa essere definitivo, il Tour de France è appena iniziato e gli addetti ai lavori, così come i campioni, immaginano che quando la strada comincerà a salire, i quattro avventurieri, che non rappresentano una minaccia, torneranno nel limbo dell’anonimato. Seppur non siano crridori privi di classe, tant’è che lo stesso Bauer fu quarto al Tour de France del 1988, Pensec sesto e settimo nel 1986 e nel 1988, e Maassen, forse il meno adatto per le corse a tappe, abbia vinto in passato il Giro del Belgio, la Wincanton Classic (che è gara di Coppa del Mondo), la Freccia del Brabante e, oltre ad esser stato campione nazionale nel 1989, lo stesso anno sia giunto secondo alla Milano-Sanremo, battuto solo da Fignon.

Torniamo al Tour de France 1990, e se nel pomeriggio del 1 luglio la corazzata Panasonic vince la cronometro a squadre e Bauer consolida il suo primato ottenendo un rassicurante sesto posto, Chiappucci scivola a 50″ dal leader della graduatoria generale, pagando dazio non solo alla sua scarsa attitudine alle prove contro le lancette ma anche la giornata negativa della Carrera, lontana dalle formazioni più agguerrite.

Tant’è, c’è poi spazio per Moreno Argentin, che trionfa in solitario a Nantes, Johan Museeuw, che è ruota veloce a scapito di Guidone Bontempi sul traguardo del Mont St.Michel, Gerrit Solleveld, che si impone dopo un’altra fuga-fiume nella tappa più lunga, ben 301 chilometri che portano a Rouen e vedono il ritiro di Fignon, ed ancora, dopo il giorno di riposo del 5 luglio, Jelle Nijdam, che batte un plotoncino di attaccanti a Vittel. E proprio da Vittel ad Epinal, il 7 luglio, è programmato il primo momento-chiave della corsa, 61,5 chilometri contro il tempo che dovranno già dare un primo volto sincero alla classifica.

In effetti, a sera, se Bauer, che nel frattempo grazie agli abbuoni aveva aumentato il margine di vantaggio sui diretti inseguitori, conserva la maglia gialla per soli 17″ secondi su Pensec, Maassen indietreggia ad oltre un minuto e Chiappucci perde 6″, i grandi iniziano la rimonta, con il messicano Raul Alcalà, uno che parrebbe destinato a dire la sua in chiave vittoria finale, che stravince la prova relegando un giovane Miguel Indurain a 1’24”, Bugno a 1’47”, Delgado a 2’05” e Lemond a 2’11”, riducendo di quasi tre minuti il disavanzo dalla maglia gialla.

Che Bauer conserva ancora a Besançon, dove vince il tedesco Olaf Ludwig, e a Ginevra, traguardo che sorride a Massimo Ghirotto, compagno di squadra di Chiappucci alla Carrera, prima che la tappa del 10 luglio, con arrivo alla stazione sciistica di Le Battex, sul Monte Bianco, rivoluzioni come previsto la classifica. Il primo arrivo in quota, previa la scalata del Col de la Colombiere e del Col d’Aravis, mette le ali a Thierry Claveyrolat che giunge solo al traguardo, ma la battaglia tra i migliori infine premia Pensec, che insieme a Chiappucci tiene le ruote del gruppo di Lemond, Alcalà e Delgado e, visto che Bauer e Maassen cedono di brutto, si impossessa del maglia gialla, con il varesino a 50″.

I due giorni successivi il calendario del Tour de France offre ai campioni prima il terribile finale in salita all’Alpe d’Huez, poi un’altra tappa a cronometro, 33,5 chilometri con conclusione in quota a Villard de Lans. E se sul traguardo che Coppi fece suo nel 1952, prima volta che l’Alpe fu sede d’arrivo alla Grande Boucle, Bugno si eleva al rango di fuoriclasse facendo fuoco e fiamme anche su Madeleine e Glandon e battendo in volata Lemond, Breukink, Claveyrolat e il colombiano Fabio Parra che gli erano rimasti a ruota, nella prova contro il tempo Chiappucci, che era scivolato a 1’28” da Pensec, chiude in ottava posizione, ad 1’05” da Breukink, rifilando al francese ben 2’45” che gli consentono non solo di strappargli la maglia gialla, ma di diventare anche il primo italiano a vestire le insegne del primato da quando nel 1975 ci riuscì Francesco Moser. Ed è un exploit che merita a Claudio l’affetto, senza se e senza ma, dei francesi, che saranno anche spesso poco generosi con i cugini italiani, ma apprezzano il coraggio dell’omino di Uboldo.

Con 6’55” di vantaggio su Breukink, 7’27” su Lemond, 9’02” su Delgado, 10’44” su Alcalà e 10’48” su Bugno, Chiappucci si fa carico, a questo punto, di una sfida che non pareva davvero pensabile: quella di provare a portare la maglia gialla fino a Parigi. Anche perché non teme troppo le salite e magari all’ultima cronometro di 45,5 chilometri al Lac de Vassiviere, un giorno prima della conclusione, avrà ancora un margine sufficiente per poter resistere agli assalti dei migliori.

Sia mai, dopo il riposo speso a Villard de Lans, Lemond, nella tappa verso St.Etienne, che mette in programma la scalata della Croix de Chabouret, organizza un’imboscata mandando in avanscoperta proprio Pensec, suo compagno di squadra alla Z. Chiappucci non può proprio lasciare andare il francese, visto che conta solo 1’17” di ritardo in classifica, e spreme la squadra per ricucire lo strappo, consentendo a Lemond e Breukink, una volta ripreso Pensec, che rotolerà poi a tre minuti dall’ormai capitano della Carrera, di attaccare a loro volta, seminando Claudio che al traguardo si trova a dover conteggiare un passivo, risolutivo ai fini della graduatoria generale, di 4’53”.

Chiappucci, sia chiaro, è ancora saldamente in maglia gialla, 2’02” su Breukink, 2’34” su Lemond e 4’39” su Delgado, ma con i Pirenei all’orizzonte, non è davvero più lui il corridore più indicato per giungere primo a Parigi. Ancor più visto che a Millau, con l’arrivo alla Causse Noir (la “montagna nera“), il leader regge bene il ritmo di Lemond e Breukink ma nel finale deve cedere ulteriori 13″, giungendo a 47″ da Marino Lejarreta che taglia il traguardo a braccia alzate battendo Indurain e Bugno.

L’arrivo di Revel concede l’unica vetrina del Tour 1990 a Mottet, che vince in solitudine ma è troppo lontano in classifica per replicare l’ottima impressione destata al Giro d’Italia, cosa che invece riesce a Bugno che sarà infine settimo in classifica finale, ma è a Luz Ardiden che tutti guardano, perché è su quel traguardo, non prima aver scavalcato le mitiche vette dell’Aspin e del Tourmalet, che sono attesi alla sfida i campioni più accreditati. E nel giorno in cui Indurain, primo con 6″ di vantaggio su Lemond, mostra al mondo del ciclismo quel che sarà capace di fare nel quinquennio successivo, ovvero dominare al Tour, proprio l’americano piazza l’acuto decisivo. Chiappucci, che aveva provato a far saltare il banco attaccando già sulle prime rampe dell’Aspin (Robert Chapatte, ex- corridore anni Cinquanta, ora telecronista di Antenne 2 esclama, stupefatto, “la maglia gialla che attacca già dalla prima salita, mai visto!“), passando in vetta con 30” di margine, e a metà Tourmalet aveva incrementato sull’americano di oltre due minuti, lotta come un leone, sbuffa come una vaporiera ed infine, prima raggiunto in discesa, poi staccato sull’ultima salita, per l’inezia di 5″ tiene sulle sue spalle la maglia gialla, a sua volta facendo meglio di Breukink e Bugno. Ben sapendo, ormai, che quella casacca così prestigiosa ha le ore contate.

In verità anche Lemond passa un brutto quarto d’ora, nella tappa di Pau, forando nell’ascesa al Col du Marie-Blanque, proprio mentre Chiappucci e Delgado azzardano l’allungo. L’assistenza tarda ad intervenire ed allora Gilbert Duclos-Lassalle e Kvalsvoll, provvisoriamente in avanscoperta, si fermano, aspettano il capitano e lo aiutano a rientrare in discesa sul gruppo di Chiappucci che dopo otto giorni in maglia gialla è atteso, dopo che Bugno ha concesso il bis a Bordeaux e Bontempi si è imposto a Limoges al termine di una fuga solitaria, dalla cronometro al Lac de Vassiviere.

Quella della resa dei conti, perché le lancette sono troppo più amiche di Lemond, che infligge al varesino 2’21”, gli soffia la maglia gialla e spenge il suo sogno di grandeur, e 24 ore dopo, per la terza ed ultima volta in carriera, fa issare la bandiera stelle-e-strisce sugli Champs-Élysées.

Fotografia finale del podio: accanto all’americano in maglia gialla, sul secondo gradino, 13″ meglio di Breukink, sale l’eroe dei francesi di quella magica estate italiana del 1990, Claudio Chiappucci, come non accadeva dal 1972 quando l’onore spettò ad un certo Felice Gimondi, che si arrese solo al “cannibale” Eddy Merckx. Ed il suo entusiasmo genuino ancora lo ricordano, lassù, al pantheon del ciclismo. Dove l’omino qualunque diventò campione.

by Nicola Pucci

Claudio Chiappucci

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