C’è un prima e c’è un dopo, nella carriera di Greg Lemond. Ed è uno sbarramento, quello che definisce i due frammenti temporali, segnato da un accadimento drammatico, perché quel maledetto 25 aprile 1987 per poco l’americano non ci lascia le penne. E non è davvero una frase fatta.

Due epoche ben distinte, dunque, ma anche con tracce agonistiche curiosamente, ma neppure troppo, identiche, se è vero che due corse garantiscono a Lemond un posto speciale tra i grandi del pedale. Due corse sole, certo che sì, ma probabilmente anche le due che ciascun corridore vorrebbe vincere. Tour de France e Campionato del Mondo.

Questo ragazzo californiano, classe 1961, scoperto e lanciato nel firmamento del ciclismo da Fred Mengoni, in effetti mostra da sempre di avere un occhio di riguardo per le due competizioni che più delle altre garantiscono la gloria, e nel 1983, dopo che l’anno prima sul tracciato di Goodwood solo un Saronni esplosivo gli ha negato la vittoria e già iridato juniores nel 1979 a Buenos Aires, va a prendersi la prima maglia arcobaleno dei professionisti, beffando i favoriti con una fuga solitaria ad Altenrhein, in Svizzera, lasciando intendere che un nuovo fuoriclasse si sta affacciando alla ribalta.

Lemond ha talento cristallino, bravo com’è in salita, a cronometro ed anche in volate ristrette, e se deve prima agire, controvoglia, da scudiero fidato di capitan Bernard Hinault in seno a La Vie Claire di patron Bernard Tapie, chiudendo terzo al Giro d’Italia e secondo alla Grande Boucle del 1985, ecco che nel 1986, deluso dal quarto posto in Italia alle spalle del trio Visentini-Saronni-Moser, dimentica in parte il ruolo assegnatogli e al Tour de France, seppur a braccetto sul podio finale e sul traguardo prestigioso dell’Alpe d’Huez, infligge una sonora batosta al bretone strappandogli l’ultima maglia gialla. Completando, è bene dirlo, una crescita che lo aveva visto già terzo all’esordio nel 1984, quando vestiva i colori della Renault di Laurent Fignon che in quell’edizione, a sua volta, aveva dato la paga ad Hinault.

Insomma, poco più che 25enne Lemond è già un numero 1, e se Tour de France e Campionato del Mondo fanno già bella mostra nella sua bacheca, il ragazzo stelle-e-strisce non fa mistero di impreziosire la collezione. Magari alla Milano-Sanremo, che lo ha visto secondo nello stesso 1986 alle spalle di Sean Kelly, o al Giro di Lombardia, dove già fu delfino dell’irlandese nel 1983, o magari alle classiche del nord, che non gli sono indigeste se è vero che non disdegna le pietre della Roubaix (quarto nel 1985) e i muri del Giro delle Fiandre (settimo sempre nel 1985), così come pare adattarsi bene alle côtes delle Ardenne (terzo alla Liegi del 1984, quando si arrende alla sua bestia nera Kelly e a Phil Anderson, e quarto alla Freccia Vallone del 1986). Fin quando, prima che la stagione 1987 entri nel vivo, il destino non mostra il suo volto più beffardo, condannandolo al dramma che rischia di comprometterne non solo la carriera ma l’esistenza stessa.

Il 25 aprile, nel corso di una battuta di caccia, viene infatti crivellato dal cognato, che lo scambia non si sa bene per cosa e lo impallina all’addome e al torace riducendolo in fin di vita. Greg ne viene fuori, ma per due anni rimane estraneo alle corse, assoldato nonostante tutto dalla PDM per il 1988 e dall’ADR l’anno dopo, 1989, quando l’americano si ripresenta in gara figurando al sesto posto della classifica finale della Tirreno-Adriatico, al quarto di quella del Criterium Internationale e chiudendo al 39esimo posto il Giro d’Italia. Proprio alla Corsa Rosa Lemond rispolvera il vecchio smalto con il secondo posto nella cronometro conclusiva di Firenze, alle spalle del polacco Lech Piasecki, che altro non è che l’antipasto di quel che sta per accadere al Tour de France.

Alla Grande Boucle Lemond, infatti, non pare aver grosse velleità di classifica, che sembra destinata a Laurent Fignon, primo al Giro, e a Pedro Delgado, ultimo vincitore della maglia gialla, ma dopo il secondo posto nel prologo di Lussemburgo l’americano domina la cronometro di Dinard, usando una bicicletta con manubrio da triathlon e prendendo la maglia gialla. Si riparte dunque esattamente là da dove Greg aveva lasciato, ovvero dalla leadership al Tour de France, e se Fignon è un avversario tanto tenace ed irriducibile da riprendersi le insegne del primato a Superbagneres e all’Alpe d’Huez, la sfida a due si risolve con l’ultima, leggendaria cronometro sugli Champs Elysées, con Lemond infine trionfatore per l’inezia di 8″ sull’affranto “professore“.

Ed allora, visto che questa seconda vita agonistica sembra terribilmente simile alla prima, ecco che giunge a pennello il Campionato del Mondo 1989, da giocarsi sul tracciato nervoso di Chambery. Il 27 agosto il cielo della Savoia non promette niente di buono, e se Fignon gioca in casa con gli occhi di tutti puntati addosso e la ferma intenzione di riscattare l’enorme delusione del Tour de France, altri nobili avversari si parano sulla strada che porta alla maglia arcobaleno. Sean Kelly, il re delle classiche, che ambisce a confermarsi il numero 1 anche nella gara più prestigiosa, Gianni Bugno e Maurizio Fondriest, detentore del titolo, che guidano l’Italia, quel Claude Criquielion che ha da digerire lo smacco di Renaix dell’anno prima quando cadde a pochi metri dalla linea bianca, Rolf Sorensen, Steve Bauer, Tony Rominger e Raul Alcalà che giocano il ruolo di outsiders in una prova che viene, e neppure poco, condizionata dal maltempo.

Piove e fa freddo lungo i 259 chilometri proposti dagli organizzatori, e quando, dopo le schermaglie della prima metà di gara, all’ultimo giro Fignon prova a far valere i diritti della classe attaccando sulla Côte de la Montagnole, che con i sui 2700 metri di lunghezza ed una pendenza media del 7% rappresenta la maggior difficoltà di un circuito da ripetere 21 volte, ecco che in avanscoperta rimane un plotoncino di sei corridori. Tra questi, oltre al capitano transalpino, anche l’altro francese Thierry Claveyrolat e il sovietico Dimitri Konyshev, già all’attacco da un paio di tornate e tra i più attivi nell’alimentare la fuga decisiva, ma anche Lemond, che si fa carico di stoppare Fignon, Kelly e l’olandese Rooks, tre dei favoriti della vigilia, che vanno a giocarsi la vittoria allo sprint, non prima di aver seminato Bauer, che fora in discesa, Bugno, Criquielion, Lejarreta, l’altro irlandese Earley e Sorensen che non hanno retto il ritmo imposto dal francese sulla Côte de la Montagnole. E qui, sotto una pioggia torrenziale, la ruota di Lemond è la più veloce, a beffare Konyshev e Kelly, con Fignon che si arrende ed è solo sesto preceduto anche da Rooks e Claveyrolat.

Greg Lemond è dunque campione del mondo, per la seconda volta in carriera, così come qualche mese prima aveva sbancato, sempre per la seconda volta, sulle strade del Tour de France. Ed allora, visto che quell’indimenticabile 1989, il dopo, fu maledettamente simile al prima, vuoi che quelle pallottole assassine abbiano vinto la loro personale battaglia con l’americano? No davvero, perché Lemond aveva classe, grinta, cuore e pure una pelle da duro.

by Nicola Pucci

Greg Lemond

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