Spesso, se non sempre, gioia e dolore sono sentimenti contrapposti che quando si tratta di vicende sportive amano muoversi in coppia. E se si tratta di ciclismo, storicamente disciplina agonistica affatto avara di sofferenze fisiche, il binomio è pressoché indissolubile.
Tour de France 1983, ad esempio, quando la Grande Boucle è privata della presenza del numero 1 del mondo e re incontrastato delle corse a tappe, Bernard Hinault, che dopo aver fatto doppietta Giro/Tour l’anno precedente ed aver già vinto in primavera la Vuelta, è costretto a dare forfait per una fastidiosa tendinite al ginocchio. In assenza del fuoriclasse bretone, lo scenario lascia ampio margine all’incertezza, se è vero che Joop Zoetemelk, l’unico in grado negli ultimi cinque anni, a far data 1980, di iscrivere il proprio nome all’albo d’oro della corsa transalpina, complice pure in quel caso l’abbandono del “tasso“, ormai si avvia verso le 37 primavere e non può certo essere il faro della corsa, seppur proprio nel 1982 abbia chiuso, tanto per cambiare, sul secondo gradino del podio.
L’olandese Peter Winnen, eccellente scalatore, l’irlandese Sean Kelly, abilissimo nelle corse di un giorno ma a disagio quando si sale troppo in quota, l’altro tulipano Johan Van der Velde, terzo dodici mesi prima, e due “vecchi” marpioni quali Lucien Van Impe, vincitore nel 1976, ed Hennie Kuiper, secondo nel 1977 e nel 1980, hanno buone credenziali, al pari del brillante australiano Phil Anderson e di quel Robert Alban che pare l’uomo di punta del ciclismo francese in assenza di Hinault. Ma sinceramente, all’atto di investire un corridore dei panni dell favorito, si fa fatica a trovare un ciclista che sia una spanna sopra gli altri.
Ed allora che accade? Accade che si fanno avanti interpreti inattesi, quali Pascal Simon, alfiere di quella Peugeot che ha nello scozzese Robert Millar e proprio in Phil Anderson i capitani designati, altro camoscio bleu-blanc-rouge che ha appena vinto una tappa al Giro dell Delfinato, preludio gustoso del Tour de France, demolendo la concorrenza e balzando al comando della classifica generale, per poi, trovato positivo ad un controllo antidoping, vedersi relegare al quarto posto finale a favore di un giovanissimo e promettentissimo americano di nome Greg Lemond, che fa sua la corsa. Ed un certo Laurent Fignon, che è compagno di squadra dello stesso Lemond alla Renault-Elf diretta da Cyril Guimard, ha poco meno di 23 anni, debutta alla Grande Boucle e porta sulle spalle la responsabilità di provare a far dimenticare l’assenza di capitan Hinault.. Vedrete, ci riuscirà alla grande.
E’ un’edizione storica, quella numero 70 del Tour de France, perché è la prima grande corsa a tappe “open” e presenta ai nastri di partenza una squadra nazionale amatoriale, la Varta Colombia, antesignana di quel ciclismo sudamericano che negli anni a seguire segnerà pagine epiche di grande ciclismo. Alfonso Florez, che vinse il Tour de l’Avenir, una sorta di Tour de France per giovani promesse, nel 1980 ed in patria è un’icona, è il leader di una formazione garibaldina votata all’attacco quando la strada si impenna sotto le ruote, ben spalleggiato da Edgar Corredor e José Patrocinio Jimenez, che chiuderanno rispettivamente in 16esima e 17esima posizione.
Le attenzioni, nondimeno, sono rivolte altrove, ad esempio al prologo di apertura di Fontenay-sous-Bois del 1 luglio, che illustra agli occhi del mondo il talento acerbo ma assoluto di Eric Vanderaerden, neoprofessionista della Jacky Aernoudt-Rossin, la squadra di Kuiper, che veste la prima maglia gialla, lasciando poi spazio ai sussulti di Pirard, della Coop-Mercier di Zoetemelk che vince la cronosquadre di 100 chilometri che porta da Soissons a Fontaine-au-Pire, e di Rudy Matthijs, che si impone nella tappa di Roubaix battendo in una volata a due il danese Kim Andersen che si impossessa delle insegne del primato.
La sesta tappa calendarizza il primo momento di una certa importanza della corsa, ovvero lo sforzo contro il tempo di 58,5 chilometri da Chateaubriant a Nantes. E se a far sua la prova è uno specialista quale Bert Oosterbosch, che anticipa di 45″ Daniel Willems e di 1’07” lo spagnolo Julien Gorospe, che avrebbe qualche ambizione di classifica dopo esser stato protagonista alla Vuelta qualche mese prima, Simon e Fignon sono relegati ad oltre tre minuti, con Zoetemelk che addirittura lascia sull’asfalto più di quattro minuti.
Andersen è sempre in giallo, concedendo uno scampolo di notorietà a Riccardo Magrini che, in anni di… magra per i colori azzurri al Tour de France, fa sua la frazione di Ile d’Oleron, allo stesso Oosterbosch che bissa a Bordeaux, e a Sean Kelly, che a Pau gli sfila la maglia per l’inezia di 1″ prima che si profilino all’orizzonte le prime vette pirenaiche. E se la corsa entra infine nel vivo, sta anche per scrivere un copione forse inatteso, indubbiamente appassionante, di certo segnato dai tratti della gioia e del dolore.
Si comincia con la frazione che da Pau porta i corridori a Bagneres de Luchon, previa scalata di vette mitiche quali Aubisque, Tourmalet, Aspin e Peyresourde. I colombiani Jimenez e Corredor incendiano da subito la tappa, trovando il terreno a loro più congeniale, ma è infine lo scozzese Millar a tagliare il traguardo in prima posizione, anticipando di 6″ quel Pedro Delgado, giovanotto di bellissime speranze della Reynolds, che di lì a qualche anno sarà uno dei grandissimi del Tour, con lo stesso Pascal Simon che stacca tutti i rivali sulle rampe dell’Aspin e chiude ad 1’13”, proprio davanti ai due colombiani, balzando a sera al comando della classifica generale con ben 4’22” su Laurent Fignon.
La sfida è lanciata, due francesi che si danno battaglia cullando l’illusione di rilevare il testimone del grande Bernard, e se l’uno è già da un paio d’anni un corridore in costante crescita, l’altro è il nuovo che avanza, forte dell’appoggio di una squadra, appunto la Renault-Elf, abituata a vincere sulle strade della Grande Boucle.
C’è gioia e speranza, oltreché dinamite nei polpacci, in Pascal Simon. Ma il portacolori della Peugeot, diventato di colpo capitano, quel che ha guadagnato a Luchon lo rende, con gli interessi, nei giorni a seguire. Accade, infatti, che nella tappa successiva, verso Fleurance, la nuova maglia gialla carambola a terra, e la caduta è tanto rovinosa da procurargli la frattura della scapola.
Negli occhi di chi da sempre segue il ciclismo c’è il ricordo di quel che seppe fare Fiorenzo Magni al Giro d’Italia del 1956, quando, complice a sua volta la frattura di una spalla dopo una caduta nella tappa di Volterra, il fiorentino riuscì comunque portare a termine la “corsa rosa” in seconda posizione, tenendo ben stretto tra i denti il tubolare attaccato al manubrio per alleviare il dolore. Simbolo di un ciclismo eroico, che Pascal Simon si vede, suo malgrado, costretto a provare ad emulare.
Il capoclassifica, in effetti, può relativamente assorbire senza danni i primi tre impegni immediati, le tappe di Roquefort-sur-Soulzon, Aurillac e Issoire, che non presentano difficoltà altimetriche, cedendo solo 8″ a Fignon, ma quando il 16 luglio c’è da salire, a cronometro, al Puy de Dome, le cose per il leader si fanno decisamente più complicate. Ed il dolore gli presenta un conto salatissimo. Vince lo spagnolo Angel Arroyo, compagno alla Reynolds di Delgado, che risale al quarto posto della classifica con un ritardo di 1’45”, ma quel che più importa è che il calvario a cui inevitabilmente va incontro Simon permette a Fignon di ricucire quasi per intero il suo distacco, rimanendo a sera a soli 52″ dalla maglia gialla. Con Sean Kelly in agguato, terzo a 1’29”. E le Alpi sono all’orizzonte.
La 17esima tappa infatti, dopo che Henk Lubberding ha spintonato Michel Laurent, che a sua volta si rompe una mano, contro le transenne nella volata a due di St.Etienne meritandosi la squalifica, prevede la scalata di Cucheron, Granier, Côte de la Table, Grand Cucheron, Glandon e l’arrivo all’Alpe d’Huez, ed inevitabilmente Pascal Simon cede il primato con l’onore della armi. Sopraffatto dal dolore, non potendo usare la mano sinistra e quindi impossibilitato a smanettare correttamente il cambio, il portacolori della Peugeot è costretto ad abbandonare lungo le rampe della côte della Chapelle Blanche, dopo 96 chilometri. E se Winnen vince quella che per qualche anno diventerà la salita degli olandesi, ecco che Fignon, che già porta la maglia bianca di miglior giovane, si difende con i denti togliendosi il lusso di precedere Delgado al traguardo di quei pochi ma significativi secondi che lo issano al comando del Tour e lo vestono dei panni del favorito alla vittoria finale. Con Pedro ad inseguire ad 1’08” e Jean-René Bernaudeau, il gregario che aiutò Hinault sullo Stelvio al Giro d’Italia del 1980, ora capitano della Wolber, a sua volta terzo a 2’33”.
Il giorno di riposo permette di ricaricare le batterie in vista delle ultime, risolutive tappe di montagna, con gli inseguitori che sperano che il giovane Fignon, non certo abituato, vista la giovane età, a farsi carico della responsabilità della corsa, prima o poi debbia a sua volta alzare bandiera bianca, pagando dazio all’inesperienza.
Figurarsi. Il parigino è una spanna superiore alla concorrenza, ed ha modo di dimostrarlo nei 247 chilometri verso Morzine scavalcando Glandon, Madeleine, Aravis, Colombiere e Joux-Plane. Proprio sulla Madeleine Winnen, provvisoriamente quarto in classifica generale a 3’31”, attacca e porta via un gruppo di dieci corridori. Fignon e Bernaudeu restano dietro, mentre Delgado, alla mattina secondo in classifica, crolla proprio sulle montagne predilette. Davanti a tutti Jacques Michaud vince la tappa con 1’11” su Angel Arroyo e 2’15” su un terzetto composto da Corredor, Van Impe ed Alban, ma quel che conta è che dietro ai fuggitivi si scatena Fignon che sullo Joux Plane stacca Bernaudeau e va a riprendere Winnen, rinforzando così la sua leadership in classifica generale.
E quando il giorno dopo, a conclusione di una cronoscalata di 15 chilometri con arrivo ad Avoriaz, Van Impe vince con 36″ di vantaggio su Roche, 49″ su Winnen e 55″ su Arroyo e Fignon limita i danni accusando un ritardo di 1’45” che gli permette di rimanere saldamente in maglia gialla, anche perché Bernaudeau perde altri tre minuti e scivola al sesto posto, abbandonando ogni sogno di gloria, ecco che i giochi sono ormai praticamente fatti.
Fignon vince il suo primo Tour de France al primo tentativo, suggellandolo con la bellissima vittoria nell’ennesima cronometro di Dijon, 50 chilometri che lo vedono imporsi con 35″ su Arroyo, che grazie all’eccellente risultato guadagna due posti in classifica generale balzando al secondo posto a 4’04”, di un niente davanti a Winnen, che sale sul terzo gradino del podio con un margine di 4’09”, e Van Impe, infine quarto a 4’16”.
E’ gioia, immensa, per il giovane, neppure 23enne campione delle Renault, degno successore di capitan Hinault. E se la sua bellissima avventura di fuoriclasse del pedale è appena sbocciata, non troppo lontano, un altro francese, Pascal Simon, che lottò come un leone, fa i conti con la sofferenza, che ne ha infranto i sogni di grandezza. Già, gioia e dolore, la sintesi dello sport.
by Nicola Pucci


