Quando la sua carriera arriverà al capolinea 12 anni dopo, con il mesto ritiro nella prima tappa del Giro d’Italia del 1976, e sarà l’ora di tracciare un rendiconto del percorso agonistico, Gianni Motta avrà l’onore di meritarsi un posto tra i grandi del ciclismo italiano. E se il suo nome viene spesso citato per la fiera rivalità con Felice Gimondi, fa altresì bella mostra di sè nell’albo d’oro del Giro d’Italia (1966), del Giro di Svizzera (1967) e del Giro di Romandia (1966 e 1971), a testimoniare di come sia stato un corridore particolarmente adatto alle corse a tappe. Per resistenza atletica, attitudine allo sforzo prolungato ed acume tattico.
Ma accanto a classiche del panorama italiano quali la Tre Valli Varesine (tris consecutivo dal 1965 al 1967 e poker nel 1970), la Coppa Bernocchi (1964), il Giro di Romagna (1966), la Milano-Torino (1967), il Giro dell’Emila (1968, 1969 e 1971), il Giro dell’Appenino (1968 e 1970), il Giro dell’Umbria (1970) e il Giro della Provincia di Reggio Calabria (1971), il che è già un bottino decisamente consistente, c’è una corsa che più di ogni altra certifica che Motta non solo fosse campione universale capace di primeggiare anche nelle gare in linea, ma avesse anche classe da vendere: il Giro di Lombardia, vinto da neoprofessionista nel 1964.
Lombardo di Cassano d’Adda, classe 1943, Motta, che già da dilettante ha illustrato doti non comuni, opera il salto tra i grandi nel 1964, non ancora 21enne, accolto in seno alla Molteni. E il debutto è già confortante, con una prima vittoria nella tappa a cronometro (a proposito, in quel primo anno da professionista Gianni vince anche il Trofeo Baracchi a fine stagione accoppiato a Giacomo Fornoni) di Le Locle al Giro di Romandia, il successo nella frazione di Biella al Giro d’Italia, concluso poi al quinto posto in classifica generale a 2’38” da Jacques Anquetil, la volata imperiosa su Franco Cribiori alla Coppa Bernocchi e l’aggiunta anche del Gran Premio Besana e del Gran Premio Molteni. Insomma, il ragazzo c’è, eccome se c’è, e promette una carriera da grande del pedale. Fin quando, in un soleggiatissimo 17 ottobre 1964, fa saltare il banco nella “classica delle foglie morte” che chiude il calendario del grande ciclismo internazionale.
L’olandese Jo de Roo, vincitore delle due ultime edizioni del Giro di Lombardia, veste i panni del favorito d’obbligo, in cerca di un tris consecutivo storico che lo eleverebbe al rango di fuoriclasse al pari di Binda, che fece tripletta tra il 1925 e il 1927, e Fausto Coppi, irraggiungibile con il suo poker tra il 1946 e il 1949. Ma il ventaglio dei pretendenti al successo è nutrito, con Italo Zilioli (secondo al Giro d’Italia e recente vincitore della Coppa Sabatini), il campione d’Italia Guido De Rosso (pure lui accasato alla Molteni), Vittorio Adorni (che ha da riscattare una stagione più ombre che luci) e Michele Dancelli (altro papabile in maglia Molteni e terzo l’anno precedente) che guidano la pattuglia degli italiani più accreditati, al pari di Franco Bitossi, che porta in dote le quattro vittorie di tappa al Giro d’Italia. Altrettanto selezionato è il plotone degli stranieri di grido presenti, tra questi, oltre a de Roo, Raymond Poulidor (che ha vinto la Vuelta ed è stato secondo al Tour de France), il fenomenale Rik Van Looy (che fu primo al Lombardia del 1959), l’inglese Tom Simpson (trionfatore a primavera nella Milano-Sanremo) e il campione del mondo Jan Janssen, che si è vestito della maglia arcobaleno sul tracciato assai impegnativo di Sallanches battendo gli stessi Adorni e Poulidor. Insomma, c’è davvero tanta bella gente che punta a vincere l’edizione numero 58 della classica-monumento più esigente, visto che dal pronostico non sono esclusi anche l’ultimo vincitore della Liegi-Bastogne-Liegi, Willy Bocklant, Emile Daems, che fu primo al Lombardia nel 1960, e Adriano Durante, delfino di de Roo dodici mesi prima sul traguardo di Como.
Ed il tracciato, per il 1964, presenta un’ulteriore novità, con l’introduzione della salita di San Fermo della Battaglia a pochi chilometri dal traguardo, una sorta di ideale trampolino di lancio come lo è il Poggio per la Milano-Sanremo, inserito a sua volta nel 1960. Il Muro di Sormano sarà il primo banco di prova per i più forti in corsa, il Ghisallo, preso dal versante di Barni, solitamente opererà la scrematura tra chi potrà ambire alla vittoria e chi vedrà rimandati i proprio sogni di gloria, il Colle Balisio farà da spartiacque a metà corsa, Passo d’Intelvi e Schignano infiammeranno il finale, ed il San Fermo della Battaglia, appunto, sancirà il probabile trionfatore sulla linea d’arrivo, posta in Viale Roosvelt a Como dopo 266 chilometri di fatica assicurata.
Pronti, via ed è proprio Van Looy, uno che ha in palmares già due titoli iridati e ben sette classiche-monumento, ad incendiare la corsa, provando la fuga in compagnia del compagno di squadra alla Solo Edgard Sorgeloos e di altri sette temerari. Tra questi, Jos Hoevenaers che, a dispetto dell’impegno massiccio profuso fin dai primi chilometri, troveremo poi sul terzo gradino del podio all’atto della premiazione. Il tentativo di Van Looy non può produrre i risultati sperati, tant’è che ai piedi del Ghisallo il margine di vantaggio, che aveva assunto il valore massimo di 1’40”, è pressoché azzerato. E’ qui che il giovane Gianni Motta rivela di essere ben disposto alla battaglia, sferrando un’accelerazione sulle prime rampe che portano sl Santuario della Madonna, e se è Dancelli a passare per primo in vetta, la discesa produce più effetti della salita scremando in avanti un plotoncino di 17 corridori.
Motta, Van Looy, Hoevenaers, Carmine Preziosi, Durante, Aldo Moser e Simpson sono tra i più attivi nell’alimentare la fuga, mentre Franco Bitossi, che in un primo tempo era riuscito a tenere il passo dei migliori, ha un cedimento che lo costringe alla resa. Sarà comunque quindicesimo all’arrivo. A Lecco i fuggitivi vantano già 2 minuti sul resto del gruppo principale, e sul Colle Balisio è lo stesso Motta, che appare in giornata di grazia, a forzare ancora l’andatura. Il vantaggio dei battistrada sale a quasi quattro minuti, ma si assottiglia nella sua composizione, perdendo per strada Lenzi, Bettinelli ed Anglade, così come Zoeffel, Vicentini, Moser e Vigna vengono seminati nell’ascesa al Passo d’Intelvi. Anche Van Looy, che forse ha chiesto troppo a se stesso azzardando l’attacco già dalla prima ora di corsa, perde contatto, e con il fuoriclasse belga fuori dai giochi Motta piazza l’accelerazione a cui resiste solo Simpson.
Motta e Simpson passano con 45″ di margine in vetta al Passo d’Intelvi, nel mentre alle spalle dei più immediati inseguitori, ovvero Preziosi, Durante e l’indistruttibile Hoevenaers, torna prepotentemente alla ribalta Zilioli che agguanta il terzetto. Il vantaggio dei due corridori al comando sale ancora, 1’40” a Castiglione, ed è sempre il lombardo della Molteni a farsi maggior carico dell’azione d’attacco. E quando Simpson inizia a dare chiari segni di stanchezza, a 20 chilometri dal traguardo, all’altezza di Moltrasio, Motta piazza la botta decisiva, scattando con una rasoiata letale ed involandosi solitario verso la vittoria.
Simpson crolla, al punto da chiudere 21esimo con quasi nove minuti di ritardo, ed allora Motta, in preda all’entusiasmo, con la giovanile esuberanza di promettentissimo neoprofessionista, e la cui azione ha tutti i parametri della cavalcata trionfale, tra due ali di folla “spiana” anche il San Fermo della Battaglia e a braccia alzate giunge a Como, vincitore in beata solitudine come non accadeva dal successo di Coppi nel 1949, con oltre due minuti di vantaggio su Preziosi, che in volata precede Hoevenaers e Durante.
Il Giro di Lombardia 1964 va in archivio nel segno di Gianni Motta, e se il buon giorno si vede dal mattino, quell’impresa a due ruote su strade impegnative fu solo l’annuncio di una carriera da campione.
by Nicola Pucci


