Quando il ciclismo era nient’altro che fatica e polvere, ebbe la forza di tramandare ai posteri storie di imprese epiche ed ordinaria follia, scritte da campioni che si meritarono l’elezione ad eroi eterni.
Gaston Rebry, ad esempio, fiammingo di Rollegem-Kapelle, piccolo borgo della provincia delle Fiandre Occidentali, nel nord-ovest del Belgio, dove nacque il 29 gennaio 1905, che inizia presto a correre in bicicletta tanto da debuttare 18enne, impegnato da indipendente in corse di secondo piano in Belgio e Francia.
Rebry ha grinta da vendere e fisico massiccio, il che gli vale l’appellativo di “bulldog“, anche, ad onor del vero, per l’espressione non sempre sorridente (usando un eufemismo) del volto. E nel 1926, dopo aver chiuso l’anno prima al secondo posto sia il Giro del Belgio degli Indipendenti (battuto da quel Georges Ronsse che di lì a qualche stagione sarà due volte campione del mondo) che al Circuito Franco-Belga (alle spalle di Julien Vervaecke) si merita un primo contratto da professionista con la Peugeot, che gli concede così l’opportunità di prender parte alle corse più importanti.
In effetti Rebry mette in bacheca le prime vittorie in carriera, alla Parigi-Nantes e alla Lione-Belfort, ma mostra soprattutto di avere il talento ideale per eccellere alla Parigi-Roubaix, dove si allinea al via per la prima volta terminando sul terzo gradino del podio, superando in volata il compagno Lode Eelen a 58″ dai fuggitivi Julien Delbecque e Gustave Van Slembrouck che si giocano la vittoria.
In virtù della sua potenza il belga predilige, ovviamente, le corse il linea, come conferma anche il settimo posto al Giro delle Fiandre, faticando invece quando la strada sale. Nondimeno, viene selezionato per competere anche al Tour de France, ma la partecipazione del 1927, dopo che in primavera è giunto non meglio che 14esimo alla Parigi-Roubaix e sesto al Giro delle Fiandre, si conclude anzitempo con il ritiro alla 12esima tappa, collezionando comunque un secondo posto nella frazione con arrivo a Bordeaux.
La mancanza di risultati convince la Peugeot che non sia il caso di rinnovare il contratto a Rebry, che, seppur ancora solo 23enne, si accasa alla Alcyon-Dunlop a cui rimarrà fedele fino al termine della carriera. Ed il sodalizio, nato in sordina con il solo quarto posto alla Parigi-Roubaix del 1928, decolla poi al Tour de France, con il belga che non solo arriva a Parigi, ma si piazza pure in classifica, 12esimo a quasi 6 ore da André Leducq, e vince una tappa, la terza che porta i ciclisti da Cherbourg a Dinan dopo 199 chilometri di pedalate.
Curiosamente, l’anno, 1929, dopo Rebry replica gli stessi risultati, quinto alla Parigi-Roubaix e decimo in classifica generale alla Grande Boucle, quando chiude a 2h17m dal connazionale Maurice Dewaele e si impone nella chilometrica tappa tra Nizza e Grenoble, prendendosi l’enorme soddisfazione di vestire per un giorno la maglia gialla e di transitare per primo sul Galibier, fallendo poi nel 1930 quando si ritira alla Roubaix, non gareggia in Francia per problemi fisici e chiude l’anno senza aver colto nessuna affermazione personale, ottenendo solo un secondo posto alla Parigi-Rennes alle spalle del francese Paul Le Drogo.
La carriera di Rebry, 25enne che va a strappi in pianura e soffre maledettamente in salita, sembra incagliata in un nulla di fatto, ma nel 1931 arriva in suo soccorso la corsa che più di ogni altra è adatta ai suoi mezzi e che lo destina all’immortalità sportiva, ovvero la Parigi-Roubaix. Tra quelle pietre sconnesse, dopo aver ottenuto un secondo posto al Circuito del Morbihan dietro a Frans Bonduel, il 5 aprile il portacolori della Alcyon-Dunlop, sotto la pioggia e con un freddo che paralizzerebbe chiunque, ma non certo lui che ha coraggio e tenacia da vendere, anima la fuga decisiva con Emile Joly, che fora nel finale e giunge al traguardo con 4 minuti di ritardo, involandosi verso Roubaix ed anticipando Charles Pelissier, il minore dei tre fratelli ma anche il più veloce, ed Emile Decroix, compagni di squadra alla Genial-Lucifer Hutchinson, di quasi 2 minuti.
Rinfrancato nel morale e acquisita piena fiducia nei proprio mezzi, Rebry si ripresenta al Tour de France con l’ambizione di ben figurare. E la cosa gli riesce perfettamente, facendosi trovare in splendida forma. “Bulldog” è nono a Pau, chiude nella top-ten la tappa che prevede le scalate di Aubisque e Tourmalet palesando una consistenza in salita come mai prima e mai più dopo, cede solo a Max Bulla quando verso Aix-Les-Bains ci sono da scavalcare le vette alpine del Lautaret e Galibier, e giunge terzo a Belfort alle spalle di Raffaele Di Paco e Ludwig Geyer, il che gli consente di risalire al sesto posto della classifica generale a 46’13” da Antonin Magne. Ma è al penultimo giorno, nella frazione di 271 chilometri tra Charleville e Malo-les-Bains che Rebry disegna un vero capolavoro, quando, sfruttando il pavè che la tracciatura della tappa gli mette a disposizione, si lancia all’attacco col compagno di squadra Jef Demuysere, giungendo solo al traguardo con 11″ su Magne che non gli lascia troppo spazio limitando i danni ma staccando Antonio Pesenti, fino a quel momento secondo in classifica, tanto da permettere allo stesso Demuysere di occupare lui il secondo posto e a sè stesso di risalire al quarto posto. Che, confermato il giorno dopo a Parigi, risulterà il miglior piazzamento in carriera al Tour de France. E pure nelle grandi corse a tappe, perché Rebry verrà una sola volta a correre il Giro d’Italia, nel 1933, ma si ritirerà dopo la quarta tappa.
Nel 1932, infatti, Rebry, che nel frattempo è giunto settimo al Mondiale di Copenaghen corso a cronometro (unica volta nella storia della rassegna iridata) e vinto dalla “locomotiva umana” Learco Guerra, rinnova l’appuntamento con il successo al Tour, curiosamente ancora sul traguardo di Malo-les-Bains che evidentemente è a lui particolarmente gradito, ma se il piazzamento in classifica generale non può appagarlo, 20esimo, ecco che l’anno dopo, non meglio che 14esimo al Tour de France, ormai definitivamente abbandonate velleità di podio alla Grande Boucle, torna a strizzare l’occhiolino alle due classiche predilette, Parigi-Roubaix, dove chiude settimo, e Giro delle Fiandre, che lo vede undicesimo all’arrivo, per poi pennellare un 1934 con i fiocchi.
Che la primavera possa produrre frutti gustosi è certificato dal successo alla Parigi-Nizza, che Rebry fa sua superando Roger Lapebie ed il collega in Alcyon-Dunlop Maurice Archambaud, per poi piazzare una doppietta da antologia nelle classiche del nord (come riuscito prima di lui solo ad Henri Suter nel 1923 e a Romain Gijssels nel 1932). Il 18 marzo il belga stacca tutti sui muri del Giro delle Fiandre (in verità sono solo tre, Kwaremont, Kruisberg ed Edelareberg) ed arriva in beata solitudine sul traguardo di Wetteren, lasciando Alfons Schepers ad oltre 4 minuti, ed il 1 aprile, sfruttando la squalifica di Roger Lapebie, che lo aveva battuto in volata, per cambio irregolare di bicicletta, fa sua anche la Parigi-Roubaix, consegnando definitivamente il suo nome alla storia del ciclismo.
Perché poi non c’è due senza tre, e se ormai Rebry ha dato l’addio ai sogni di gloria al Tour de France, nel 1935 coglie una terza perla alla Parigi-Roubaix (eguagliando Octave Lapize), facendo il bello e (soprattutto, vista la pioggia che cade pressoché ininterrottamente per tutta la gara) il cattivo tempo, rimanendo solo al comando con André Leducq e Jean Arts, per poi involarsi senza più nessuno alla sua ruota a 15 chilometri dalla meta quando al francese si sgonfia un tubolare.
E’ il canto del cigno per Gaston Rebry, che corre ancora qualche anno senza aggiungere altre vittorie alle 16 già ottenute, battuto in volata da Georges Speicher e Romain Maes che nel 1936 gli negano di diventare il primo corridore della storia a vincere per quattro volte la Parigi-Roubaix. Sarebbe stato il meritato suggello ad una carriera da campione, prima che un infarto, alla prematura età di 48 anni, lo innalzasse al rango di leggenda. Perché queste son storie del ciclismo al tempo degli eroi.
by Nicola Pucci


