Quando otto anni dopo, a far data 1986, Bernard Hinault appenderà la bicicletta al chiodo, avrà un palmares tale da includerlo di forza tra i grandissimi della storia del pedale, forse secondo solo all’inarrivabile Eddy Merckx per la completezza e il prestigio delle vittorie ottenute.
Ma quando nel 1978 si allinea per la prima volta al via di una grande corsa a tappe, in questo caso la Vuelta per la sua 33esima edizione che il calendario programma dal 25 aprile al 14 maggio, sul campionissimo francese, non ancora 24enne, si concentra non solo l’interesse degli addetti ai lavori, ma anche il punto di domanda sul suo reale potenziale per competere con l’obiettivo del successo in un gara di tre settimane. Perché fino a quel momento il capitano della Renault-Gitane ha già fatto vedere quel di cui è capace nelle classiche, vincendo nel 1977 col piglio del dominatore Gand-Wevelgem e Liegi-Bastogne-Liegi, si è ilustrato quale eccellente cronoman, trionfando sempre nel 1977 nel Gran Premio delle Nazioni, ed ha lasciato intendere di saperci fare anche quando ci sono da scalare le montagne proposte nelle brevi corse a tappe, mettendo in bacheca uno dopo l’altro Circuit de la Sarthe (1975), Tour d’Indre et Loire, ancora Circuit de la Sarthe, Tour de l’Aude e Tour du Limousin (1976), Criterium du Dauphiné Liberé (1977), e Criterium International, ultimo successo in ordine di tempo, qualche settimana prima dell’impegno spagnolo. Insomma, Hinault è atteso a confermare tutto quel che di buonissimo si dice sul suo conto, e la Vuelta è il primo banco di prova davvero credibile quando, in prospettiva futura, il bretone darà l’assalto al Tour de France.
Freddy Maertens è l’ultimo vincitore della corsa iberica, ma per il 1978, dopo gli acuti primaverili alla Het Volk e al Gran Premio di Harelbeke, ha optato per ingaggiarsi al Giro di Svizzera e al Tour de France, liberando il campo ad un ventaglio decisamente nutrito di pretendenti alla vittoria finale. Tra questi, Josè Pesarrodona e Domingo Perurena, alfieri della Kas che furono rispettivamente il vincitore del 1976 e il secondo piazzato del 1975, sembrano i più accreditati, al pari anche di Vicente Lopez Carril che fu terzo al Tour de France del 1974, il belga Ferdinand Bracke, trionfatore dell’edizione del 1971, guida la Splendor che vorrebbe concedere il bis, ed Andres Oliva, in maglia Teka, che per due volte ha vinto la speciale graduatoria degli scalatori, magari stavolta punterà alla maglia gialla della classifica generale. Accanto a loro, sotto l’attenta ed esperta regia di Alfredo Martini, si cimenta anche la Selezione Italiana, che schiera tra le sue fila due recenti vincitore del Giro d’Italia dilettanti, Leone Pizzini (1974) e Franco Conti (1976). Su tutti loro, a dispetto delle credenziali, incombe però l’ombra del grande Bernard.
Ed il colpo di scena è dietro l’angolo ancor prima di scendere in strada per il prologo di Gijon che assegnerà la prima maglia gialla. Proprio Bracke, che non è davvero più un giovanissimo se è vero che va per le 39 primavere ed è fermo ad un ultimo successo nella cronometro di Auch al Tour de France del 1976, viene fermato per un improvviso e violento dolore al petto, rinunciando così a prendere il via lungo i primi 8,6 chilometri da corrersi nella città asturiana. Hinault non perde tempo, fissa il miglior tempo con ben 29″ di vantaggio su Ferdi Van Den Haute, leader della Marc-Zeep Centrales-Superia, e a sera, dietro le quinte, già ci si chiede se il francese non sia avviato a replicare l’exploit di Maertens dell’anno prima, vincitore di ben 13 tappe e titolare della maglia gialla dal primo all’ultimo giorno.
Nel corso della seconda tappa, dopo che tra Gijon e Gijon Adrianus Schipper si è imposto in solitudine, c’è da scalare El Fito, colle di prima categoria, e se è l’occasione per Vicente Belda, 24enne neoprofessionista della Transmallorca, di evidenziare quelle doti di grimpeur che negli anni a seguire ne faranno uno dei corridori spagnoli più puntuali nella principale corsa iberica, è anche motivo di polemica perché in avanscoperta, alle spalle del fuggitivo José Enrique Cima, gregario di Pesarrodona e Perurena alla Kas, si forma un plotoncino di cinque contrattaccanti, composto da Hinault, Belda stessa, Viejo, Esparza e Garcia, con i quattro ciclisti spagnoli a farsi la guerra tra loro piuttosto che coalizzarsi per tentare di mettere alle strette il capitano della Renault. Cima conserva 6″ di margine sul traguardo di Cangas de Onis, quanto basta per vincere la frazione, ma è chiaro che se Hinault potrà essere messo in difficoltà, probabilmente solo la corazzata Kas sarà in grado di farlo. Senza contare sull’aiuto delle altre formazioni spagnole.
Neanche il tempo di riorganizzare le idee che il giorno successivo, nei 187 chilometri verso Leon, lungo la discesa del Col de Pajares, la bagarre si scatena di nuovo ed ha per protagonista non solo Jean-René Bernaudeau, fidato luogotenente di Hinault, ma soprattutto Pesarrodona, che attacca a fondo in compagnia di alcuni altri avventurieri, tra questi Van Den Haute che taglia per il primo il traguardo con 1’22” sul leader della corsa, detronizzandolo dal primo posto ed indossando a sua volta le insegne del primato.
Ad onor del vero il belga non avanza grandi ambizioni di competere per la classifica generale, puntando semmai sulla graduatoria a punti, ed in effetti, quando la Vuelta arriverà a conclusione a San Sebastian, sarà comunque sesto in classifica finale e porterà a casa la casacca che lo premierà quale corridore più presente negli ordini d’arrivo. Nel frattempo, comunque, tiene la maglia gialla per ben dieci giorni, vincendo ancora a Tortosa e rintuzzando le iniziative di Pesarrodona e Perurena, che trionfa a sua volta a Cuenca, che provano ad allungare su Hinault nella speranza di allontanarlo in classifica. Fin quando, a cavallo tra il 6 e il 7 maggio, il “tasso” piazza due acuti da antologia, e la Vuelta 1978 trova, definitivamente o quasi, il suo legittimo padrone.
Si comincia con la breve cronometro tra le strade di Barcellona, 3,8 chilometri che confermano Hinault quale migliore interprete delle corse contro il tempo, primo con 3″ di vantaggio su Van Den Haute, si prosegue con la temuta frazione che porta i corridori a Tossa de Montbui, non prima aver scavallato quattro colli, di cui due di prima categoria. Andres Gandarias, uno che fu quinto al Tour de France del 1969 e che nel 1976 vinse al Giro d’Italia la tappa con arrivo alle Torri del Vajolet, si sciroppa oltre 160 chilometri di fuga solitaria, prima di venir riassorbito dal gruppo dei migliori, regolato in volata da Hinault ma di cui non fa parte Van Den Haute, che accusa quasi 4 minuti di ritardo e a sera cede al francese la maglia gialla.
Stavolta Hinault è ben deciso a difendere la sua leadership fino a San Sebastian, perché se è vero che Pesarrodona lo tallona a soli 8″, in terza posizione c’è provvisoriamente Bernaudeau, giovane neoprofessionista non ancora 22enne che come vedremo poi, nel proseguimento della sua carriera, firmerà col capitano una pagina di grande ciclismo anche al Giro d’Italia del 1980, nella tappa dello Stelvio. Nel frattempo, alla Vuelta, i due francesi della Renault tengono in scacco Pesarrodona, a dispetto della forza della Kas (che ha pure José Nazabal, Enrique Martinez Heredia e Vicente Lopez Carril tra i migliori dieci della classifica generale), che cede altri 8″ a Jaca quando, al termine della frazione più lunga della Vuelta, 243 chilometri, l’Italia rivela di non esser venuta in Spagna solo per recitare il ruolo di comparsa, vincendo con Salvatore Maccali, prima che a Logrono Hinault batta alla sprint un plotoncino si 21 corridori, portando il suo vantaggio su Pesarrodona a 34″.
E se Belda pennella l’impresa più bella staccando tutti al Santuario de la Ben Aparecida, lasciando il secondo arrivato, Giuseppe Walter Passuello, ad 1’06” e seminando Hinault di ben 5’35”, e Cima bissa a Bilbao la vittoria di Cangas de Onis, il grande Bernard, che ha la corsa saldamente in pugno, spegne definitivamente le speranze di ribaltono di Pesarrodona, caso mai ne avesse davvero avute, nella Bilbao-Amurrio del penultimo giorno, attaccando di forza a 52 chilometri dal traguardo nella discesa del Puerto de Orduña, ed arrivando al traguardo a braccia alzate, 1’56” prima di Van Den Haute.
Gioco, partita, incontro. Bernard Hinault mette la sua firma alla Vuelta 1978, che si chiude con un altro successo in linea di Perurena e lo scandaloso comportamento dei separatisti baschi, che durante la cronometro finale del pomeriggio del 14 maggio (che il francese avrebbe vinto a mani basse) non trovano di meglio che scatenare stupidi ed inutili tafferugli che impongono all’organizzazione di annullare la tappa.
Dettagli, seppur non rilevanti. Quel che conta è che sotto il sole di Spagna si apre l’era di Bernard Hinault padrone delle grandi corse a tappe. Perché poi, tra Tour de France, Giro d’Italia ed ancora Vuelta, sarà addirittura capace di andare in doppia cifra. Roba da fenomeno, vero.
by Nicola Pucci


