L’ultima eruzione dei Monti del Cantal risale a così tanto tempo fa che persino Valverde ne ha un ricordo sbiadito. Sono passati due milioni di anni da quando lo stratovulcano più grande d’Europa ha smesso di dare segni di vita, consegnandosi al destino che il tempo e gli elementi hanno in serbo per tutto ciò che ha la fortuna o la sventura di venire alla luce sulla Terra: l’erosione.
Ritirandosi, gli ultimi ghiacciai hanno inciso i Monti del Cantal in profondità, affettandone il basalto in modo pressoché geometrico: osservandole dall’alto, le valli glaciali del Cantal si dipanano dal centro simmetricamente, in guisa di fette di torta o, sostiene qualcuno, di raggi di ruota.
È approcciando il culmine di uno di questi raggi che, scesi opportunamente di quota, è possibile scorgere sul nastro d’asfalto la sagoma ciondolante di Maximilian Schachmann, il quale, liberatosi dell’ultima borraccia, si appresta ad affrontare i due chilometri più impegnativi della scalata al Puy Mary. Spera che l’abbandono della minuscola zavorra si riveli sufficiente a evitare l’inevitabile: i due inseguitori stanno per raggiungerlo.
Uno dei due è il suo compagno di squadra Kämna, e questa sarebbe notizia consolante, se non fosse che l’altro componente della coppia sta vivendo una di quelle giornate in cui le gambe si fanno beffe della tattica. Dani Martínez vince l’uno contro due e la tappa, o sarebbe meglio dire il nuovo episodio di questo Tour consacrato alla tenera età: Martinez e Kämna, primo e secondo, hanno 24 anni; Schachmann, terzo, 26; Madouas, quarto, 24.
Ma la tredicesima tappa non è solo contemplazione silenziosa dei doni della gioventù. I vulcani spenti non sono destinati a tacere in eterno – almeno nel ciclismo – difatti l’ascesa al Puy Mary parla, e parla molto chiaro in quanto a classifica generale.
Roglič e Pogačar sono ancora, convincentemente, i più forti. Più che in termini di tempo guadagnato sui rivali, è la (relativa) freschezza dei loro volti all’arrivo a suggerire che il Tour 2020 possa concludersi con il trionfo, magari doppio, di una nazione il cui dominio nello sport mondiale progredisce a passo spedito: oltre a Roglič e Pogačar, vale la pena ricordare che tra i due milioni sloveni figurano tra gli altri anche Dončić e Dragić (basket), Kopitar (hockey), Handanovič, Oblak e Iličić (calcio).
Tutt’altra faccia quella esibita in cima al Puy Mary da Egan Bernal, mai così in difficoltà, piegato dall’ultima salita dopo che la sua squadra aveva disperso buona parte della concorrenza sul Col de Néronne. Una delle immagini più significative della giornata è quella del campione uscente accartocciato sulla sua bicicletta, improvvisamente invecchiato di diversi anni: certi giorni il ciclismo riduce gli uomini a vestigia di se stessi.
«Oggi ho sofferto come un cane» ha dichiarato Bernal, e se non è più solo un sospetto il fatto che lui e la Ineos siano lontani dalla loro miglior versione, è allo stesso tempo vero che perdere solo 38 secondi in un giorno di cotanta crisi è a suo modo un elemento di speranza.
Speranza definitivamente dissolta tra i francesi. Il Tour è uno stratovulcano di progetti che i giorni e le salite spuntano, sfrangiano, prosciugano, e il Massiccio Centrale ha eroso quelle di Guillaume Martin e, soprattutto, di Romain Bardet. Sua la seconda immagine-simbolo della giornata: un sorriso a moglie e figlio a bordo strada, quando la corsa è passata a poche centinaia di metri da casa.
Poco dopo, Bardet è caduto. Arrivato a oltre due minuti e mezzo dai migliori, in serata ha annunciato il suo ritiro dalla Grande Boucle: sospetta commozione cerebrale. Ci ha tenuto comunque a ringraziare tutti i compagni di squadra, Bardet, aggiungendo che la ragione principale per cui spera di essere presto in grado di tornare a combattere è mostrarsi “degno del loro supporto”.
Chi altro combatterà per vincere il Tour? La classifica generale alla vigilia del penultimo weekend offre lo scenario più simile a una corsa per nazionali da quando il Tour non è più una corsa per nazionali (1962): dopo i due sloveni ci sono quattro colombiani (Bernal, Urán, Quintana e López), ma che la loro superiorità numerica si traduca in alleanza è tutt’altro che scontato. Un po’ più dietro in classifica compaiono Landa e Porte, che in salita vanno bene e che però non sono l’incarnazione della costanza.
Tuttavia questa è la fase del Tour in cui chi brama di sovvertire l’ordine costituito tende ad aggrapparsi un po’ a tutto. A premonizioni, a segni, a sogni. Alla consapevolezza che nel ciclismo una salita può durare un secolo; una settimana, un’era geologica.
by Leonardo Piccione


