Partiamo dal presupposto che gli assenti hanno sempre torto. E nel caso specifico, quel tale risponde al nome di Eddy Merckx. Proseguiamo con la certezza, che se non è matematica poco ci manca, che per vincere una classica come la Milano-Sanremo ci vogliono gambe, resistenza ed un pizzico di fortuna. Ed il vincitore dell’edizione del 1974, chiunque sia, sa di doverne esser dotato se vuol riuscire nell’impresa. Aggiungiamo, in ultima analisi, che trionfare in maglia iridata e con tutti gli occhi puntati addosso è un exploit davvero riservato a pochi eletti. E Felice Gimondi, statene certi, merita di far parte di quella ristretta cerchia di campionissimi.

E’ una Milano-Sanremo che ha un significato particolare, quella che il 18 marzo 1974 apre la stagione delle grandi classiche. Perché proprio sulle strade del “Mondiale di primavera” è attesa la sfida tra i due mammasantissima del ciclismo, ovviamente Merckx, il numero 1 del pedale, che già vanta cinque successi in Liguria, e Felice Gimondi, il rivale più accreditato, che gli ha soffiato da sotto il naso un titolo mondiale, qualche mese prima sul tracciato barcellonese del Montjuic, che gli pareva spettare quasi per diritto divino. E se una prima rivincita è andata in scena al Giro di Lombardia che ha chiuso il 1973, con la vittoria sul traguardo di Merck proprio davanti a Gimondi, beneficiario poi del successo “a tavolino” per la squalifica postuma del “cannibale“, risultato positivo alla norefedrina, ecco che in Riviera, infine, i due campioni avranno modo di stabilire, ancora una volta, l’ideale gerarchia tra di loro.

Avranno modo… no, signori, meglio dire che avrebbero dovuto aver modo, perché il fato ci mette ancora una volta lo zampino, con Eddy Merckx costretto a dare forfait per una fastidiosa bronchite contratta alla Parigi-Nizza che lo ha visto terminare non meglio che terzo, sconfitto sonoramente, perché limitato nel fisico, da Joop Zoetemelk nella cronoscalata del Mont Faron.

In assenza di Merckx, dunque, i pronostici sono riservati ad un tris di belgi, Roger De Vlaeminck, in qualità di ultimo vincitore se è vero che 12 mesi prima, in Via Roma, sfrecciò primo sotto il traguardo anticipando Wilmo Francioni e proprio Gimondi, nonché uscito da dominatore dalla Tirreno-Adriatico, Patrick Sercu, che è un iradiddio in volata, come dimostrato con le tre vittorie al recente Giro di Sardegna e che ama particolarmente le corse italiane, e Rik Van Linden, altro sprinter di rango che beffò De Vlaeminck all’ultima Parigi-Tours ed è fresco di successo finale proprio al Giro di Sardegna, anche perché pure Felice Gimondi non è al meglio a causa di una faringite. E la giornata fredda non può davvero giocare a favore del campione del mondo.

Al solito si parte dal Castello Sforzesco per completare 288 chilometri di fatica in Via Roma. E già sul Passo del Turchino la corsa si accende, con Costantino Conti e Marc Demeyer che transitano in vetta con un vantaggio di quasi 5 minuti sul plotone principale. La pioggia bagna l’asfalto in discesa, e nell’abbordarla i due battistrada sono costretti a scendere con il freno a mano tirato, permettendo al gruppo di ricucire gradualmente il margine di disavanzo.

E’ così che al comando si forma un gruppetto nutrito, composto dai belgi Eric Leman, uno che vanta già tre vittorie al Giro delle Fiandre, De Vlaeminck, che veste appunto i panni dello spauracchio, Freddy Maertens, poco più che 22enne ma già tanto bravo e vincente da contendere la maglia arcobaleno a Gimondi a Barcellona, Jos Huysmans, Frans Verbeeck, Walter Godefroot, Roger Swerts e Guido Van Sweevelt, che hanno tutti ottime credenziali nelle corse di un giorno, dai migliori italiani, quali Gimondi, Enrico Paolini, che veste la maglia tricolore, l’ex-campione del mondo Marino Basso, Roberto Poggiali, Franco Bitossi, Italo Zilioli, il promettentissimo Francesco Moser, Marcello Bergamo, Arnaldo Caverzasi, e dallo spagnolo Jaime Huelamo. Ed il resto del plotone, ormai, è tagliato fuori dai giochi per il successo finale.

Una foratura costringe alla resa un generosissimo Conti, così come una caduta compromette la corsa di Swerts. E quando si entra nella zona dei Capi, la bella maglia arcobaleno di Gimondi passa decisamente all’azione, passando per primo sul Capo Mele, con De Vlaeminck che prova a sua volta un attacco, poi, rivelatosi infruttuoso, sul Capo Berta. Bitossi e Moser provano ad allungare, ma i compagni di fuga non lasciano spazio, ed allora, all’altezza di San Lorenzo al Mare, scatta ancora Gimondi, che pare davvero in grande forma a dispetto della faringite che lo assilla. Solo Huysmans e Demeyer, che ha ancora qualche goccia di benzina nel serbatoio pur essendo in avanscoperta ormai da oltre 100 chilometri, riescono ad agganciare la ruota del capitano della Bianchi, che con classe, temperamento e forza, ad Arma di Taggia, si libera infine anche dei due compagni di attacco, rimanendo solo al comando.

Quella che inizia ora è una memorabile passarella trionfale, perché Gimondi, con quei colori dell’iride che rendono pieno merito al suo rango di fuoriclasse, accelera con veemenza, sommando secondi su secondi ad ogni chilometro che passa, scavallando il Poggio come se si trattasse di un tratto in pianura, gettandosi a capofitto nella tortuosa discesa che porta a Sanremo, imboccando l’Aurelia veloce come nessun’altro è in grado di fare ed infine tagliando il traguardo a braccia alzate, 1’53” prima del sopraggiungere di Leman che anticipa De Vlaeminck e Bitossi con i quali si era avvantaggiato nel tratto finale.

Andate a spulciare gli ordini d’arrivo della Milano-Sanremo, da quando Fausto Coppi, a far data 19 marzo 1949, lasciò il secondo classificato, Vito Ortelli, ad oltre 4 minuti. Nessuno, da quel dì, aveva vinto con un margine tanto ampio quanto Felice Gimondi. E se ci riesci in maglia di campione del mondo, pur in assenza del “cannibale” Merckx, non rimane altro che togliersi il cappello. Ed applaudire. Perché mai più nessuno è stato capace di fare altrettanto. Felice Gimondi, signori, nient’altro che un immenso campione.

by Nicola Pucci

Felice Gimondi

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