Che non potesse davvero passare inosservato, era chiaro come la luce del sole. Con quella carnagione scura e quegli occhi azzurri che gli valsero l’appellativo di “El negro de los ojos azules“, con quello stile impeccabile nell’affrontare lo sforzo delle salite, Julian Berrendero era destinato, sempre, ad essere un numero 1. E tra gli scalatori che possiamo eleggere come i più grandi della storia, questo madrileno nato l’8 aprile 1912 a San Augustin del Guadalix, un posto se l’è proprio meritato, a dispetto del fatto che le strade della sua epoca fossero poco migliori di quelle dei pionieri e che una guerra civile declinata nelle deviazioni del regime franchista abbia giocato un ruolo negativo nelle prospettive di sviluppo della Spagna in generale, e della pratica ciclistica in particolare.

In effetti, lo stesso Berrendero, che nel 1935 inizia ad illustrare le sue indubbie doti di grimpeur di livello superiore vincendo il Giro di Castiglia e il Giro di Galizia, altresì giungendo terzo al Giro dei Paesi Baschi alle spalle di un giovane ma già estremamente promettente e competitivo Gino Bartali e del francese Dante Gianello, ha classe da vendere quando la strada si impenna.

E se l’anno successivo la Vuelta prosegue nel suo cammino, seppur in ritardo rispetto a Tour de France e Giro d’Itala e dopo l’edizione d’esordio del 1935, proprio su quelle strade infuocate Berrendero è il migliore tra gli spagnoli, giungendo quarto battuto solo dai due fratelli belgi Deloor, Gustaaf che firma la doppietta e Alfons che chiude secondo, e dal vicentino Antonio Bertola, per poi andare a dar spettacolo al Tour de France.

Alla Grande Boucle Berrendero diventa ben presto uno dei beniamini del pubblico transalpino, incendiando la corsa quando la strada obbliga ad alzarsi sui pedali, vincendo la speciale graduatoria dedicata agli scalatori e chiudendo all’11esimo posto della classifica generale, per poi l’anno dopo, 1937, retrocedere in 15esima posizione ma trionfare nella tappa pirenaica con arrivo a Pau, scavalcando in solitario cime leggendarie come Peyresourde, Aspen, Tourmalet e Aubisque.

In piena gurra civile Berrendero, che aveva debuttato tra i professionisti in seno alla BH, trova ospitalità proprio in Francia, alloggiando nei pressi di Pau ed accasandosi per un triennio alla France-Sport, ma in mancanza di notizie della famiglia prova poi a tornare in Spagna venendo arrestato alla frontiera e trovandosi confinato in un campo di concentramento.

Quando il conflitto interno termina, infine Berrendero può tornare a gareggiare, seppure solo sul territorio iberico e da indipendente perché nel frattempo, in Europa, si è scatenata la furia distruttiva della Seconda Guerra Mondiale. Ed accanto a vittorie di prestigio quali il titolo nazionale su strada, conquistato per tre anni consecutivi dal 1942 al 1944, e il Giro di Catalogna, fatto suo nel 1943 e nel 1946, è proprio alla Vuelta che ottiene le soddisfazioni principali, realizzando una doppietta nel 1941 e nel 1942 che eguaglia quella firmata, appunto, da Gustaaf Deloor.

Nel 1941 si disputa, dunque, la terza edizione della Vuelta, bloccata per gli effetti della guerra civile negli anni precedenti, e se dal 12 giugno al 6 luglio sono da percorrere 4406 chilometri distribuiti in 22 tappe, tra i 32 partenti ci sono, ovviamente, 28 spagnoli e 4 svizzeri, che beneficiano del fatto che il loro paese è neutrale al conflitto bellico. E che Berrendero non abbia perso in brillantezza e stile quando la strada si fa impervia, è già evidente al primo giorno quando Julian sorprende tutti scattando all’ultimo chilometro nella tappa che si conclude a Salamanca anticipando Delio Rodriguez di 14″ ed indossando la prima maglia bianca (che ha sostituito quella arancione vestita dal leader della classifica generale nelle prime due edizioni).

Una foratura nella tappa successiva costa a Berrendero il primato, ma se lo stesso Rodriguez lo scalza dal primo posto vincendo poi a Siviglia, è Fermin Trueba, fratello del più noto Vicente, “la pulce dei Pirenei“, ad operare il colpo di mano che a Malaga gli consente a sua volta di deporre Delio ed impossessarsi di una casacca che terrà per ben dodici giorni, vincendo a Tarragona ed incrementando il suo vantaggio in classifica su Berrendero nel corso della 14esima tappa. Quel giorno, Trueba scatta a ripetizione in salita, e, favorito da ben cinque forature del rivale che rotola ad otto minuti dopo le scalate di Ason, Portillo de la Sia e Braguia prima di recuperare nell’ultima discesa, a sera può contare 4’05” di vantaggio in classifica generale. Ma la prima cronometro della storia della Vuelta, 53 chilometri tra Gijon e Oviedo, il pomeriggio dopo, rivoluziona la graduatoria, con Rodriguez ad ottenere l’ennesima vittoria (a fine corsa saranno ben 12) e Berrendero ad infliggere ben 4’41” a Trueba, tornando in testa alla corsa.

Ormai solo Berrendero e Trueba, realisticamente, sembrano poter essere in grado di vincere la Vuelta, se è vero che il terzo in classifica, José Jabardo che corre da indipendente, è cronometrato ad oltre 6 minuti. E se Rodriguez continua a fare incetta di traguardi parziali, al penultimo giorno, quando tra Verin e Vallodolid sono da percorrere 301 chilometri che i corridori completeranno in oltre 13 ore di fatica (!!!), va in scena la resa dei conti tra i due grandi protagonisti con Berrendero che allunga negli ultimi 5 chilometri tagliando il traguardo in beata solitudine e staccando Trueba di ulteriori 36″, infine consacrando così la sua prima vittoria alla Vuelta.

Per il bis non c’è bisogno di attendere molto, nel 1942 Julian veste i panni del grande favorito e dal 30 giugno al 19 luglio, con 41 corridori presenti al via tra cui il francese René Vietto, secondo al Tour de France del 1939, il madrileno può mostrare in pieno il suo volto di campione ormai affermato. E, davvero, stavolta Berrendero sbaraglia la concorrenza, fin dalla prima tappa, 245 chilometri tra Madrid e Albacete, che registra la caduta di Delio Rodriguez ed il ritiro forzato di Fermin Trueba, che rompe il telaio, e di Dante Gianello, a sua volta vittima di un capitombolo drammatico. Il campione in carica fugge con Antonio Sancho, lo batte in volata, lascia il francese Georges Meunier a 5 minuti e con il gruppo che accusa addirittura 22 minuti di ritardo, già vestendo nuovamente la maglia arancione di leader al primo giorno, ipoteca la sua seconda vittoria alla Vuelta.

In effetti, Julian quella maglia di capoclassifica non la cede più a nessuno, lasciando come al solito a Rodriguez l’onore di fare incetta di vittorie (stavolta 8), per poi piazzare a sua volta la zampata risolutiva nel corso della 10ma tappa, 151 chilometri tra Castro Urdiales e Santander, quando in bellissimo stile attacca lungo le rampe dell’Ason assieme all’italo-francese Pierre Brambilla, lo stacca verso Alisas e giunge solo al traguardo con 1 minuto di vantaggio sullo stesso Brambilla e su Fermo Camellini, con Sancho relegato ad oltre 13 minuti. E se a sera Diego Chafer, compagno di Sancho alla CF Barcelona, è secondo a 12’41”, è chiaro che solo un cataclisma può negare il trionfo a Berrendero.

Il giorno dopo Brambilla si riscatta e semina Berrendero, che rompe il manubrio e perde 1 minuto, ma il vantaggio in classifica è tale che, a dispetto degli sforzi di Rodriguez che risale al secondo posto dopo la tappa di La Coruna e degli stessi Sancho e Chefer che dominano la cronometro a squadre di 63 chilometri tra La Coruna e Santiago di Compostela, Julian può tranquillamente amministrare il margine a suo vantaggio chiudendo infine a Madrid, dove si impone per il secondo giorno consecutivo Celestino Camilla, con 8’38” su Chafer e 13’12” su Sancho.

E così Julian Berrendero, bello in bicicletta ed avvenente nell’aspetto, bissa la vittoria alla Vuelta indossando le insegne del capoclassifica dalla prima all’ultima tappa ed aggiungendo pure il successo nella speciale graduatoria degli scalatori, come riuscirà poi solo a Freddy Maertens nel 1974 e a Tony Rominger nel 1994, meritandosi senza se e senza ma l’elezione a campionissimo del ciclismo. Anche perché, poi, in avvenire salirà ancora sul podio, secondo nel 1945 dietro a Delio Rodriguez e secondo nel 1946 battuto da Dalmacio Langarica. E quegli gli occhi azzurri su pelle scura, ora sì, brillano più che mai.

by Nicola Pucci

Julian Berrendero

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