Più che come desiderio supremo di distruggere il nemico, la volontà di potenza va intesa come pulsione positiva che spinge a migliorare se stessi, scrive Guillaume Martin. Gli avversari sono esclusivamente uno strumento, un mezzo utile a perseguire l’insopprimibile aspirazione verso la crescita individuale.

Intorno a questo concetto, all’ambiziosa idea di ripensare le basi dello sport moderno a partire dai cardini del pensiero di Nietzsche, suo filosofo di riferimento, il capitano della Cofidis ha costruito una tesi di laurea, un libro e la sua intera carriera di ciclista.

“Un movimento ascensionale”, come lo definisce, che lo ha portato a migliorare di anno in anno il suo rendimento al Tour de France: 23° all’esordio, nel 2017; 21° nel 2018; 12° l’anno scorso. Attualmente è 11° in classifica generale, a 6 minuti e 45 dalla maglia gialla. Il ritardo l’ha accumulato quasi tutto in due occasioni: salendo verso Puy Mary, dove ha sofferto il ritmo altissimo dei migliori, e nella tappa del Grand Colombier, quando gli si è rotto il deragliatore poco prima che cominciasse la salita e, senza compagni di squadra in grado di riportarlo sui primi, è rimasto per tutta la salita sospeso tra il gruppo maglia gialla e i plotoncini degli sconfitti di giornata, Quintana e Bernal.

Martin si è appassionato alla filosofia durante il liceo, quando, accortosi che non gli interessava nessuna materia in particolare, scoprì che la filosofia gli permetteva di unificarle tutte. Crede che nulla vada preso troppo sul serio nella vita, che nessun destino condizioni le nostre esistenze. Si oppone fermamente alle semplificazioni, al doping, alla violenza e al ritorno dei nazionalismi.

Scrive perché gli piace scrivere, ma non gli va di essere considerato un intellettuale («ho studiato filosofia, ma avrei potuto benissimo fare il panettiere»): è convinto che non ci sia separazione tra l’uomo che pensa e l’uomo che fatica, né tra corpo e spirito, e che trasformare tutto in speculazione teorica non serva ad andare più forte in bicicletta, tantomeno a vivere meglio. Calmo e misurato, lo disinibiscono solo le corse, che pare abbiano su di lui lo stesso effetto di certe sostanze alcoliche.

Oggi, sedicesima tappa del Tour, Guillaume Martin è stato l’unico degli uomini di classifica a mettere la testa avanti; a provare a rovesciare gli idoli, come dice lui. Il primo, piccolo tentativo l’ha portato a 150 chilometri dall’arrivo, quando la fuga di giornata stava ancora prendendo forma.

Ci ha riprovato, insieme al compagno Edet, sulla Montée de Saint-Nizier-du-Moucherotte, quando ormai la fuga stava per arrivare al traguardo e la Jumbo-Visma era schierata in formazione-tipo in testa al gruppo.

Anche questo secondo tentativo si è esaurito presto, tuttavia a Enric Mas, 8° nella generale, che afferma che tentare di attaccare la maglia gialla in questo momento equivale a immolarsi, Martin risponde che la settimana prossima sarà troppo tardi per provare qualcosa.

Non ha alcuna intenzione di mollare in classifica generale per cercare una vittoria di tappa (lo considera irrispettoso nei confronti della corsa e dei suoi compagni di squadra), e soprattutto non vuole avere rimpianti. Per nessun motivo Martin perderà l’occasione di migliorare un altro po’, di fare qualche altro passo verso la “piena incorporazione dell’arte ciclistica”. Di accrescere l’intelligenza pratica che discende unicamente dall’esperienza.

Più si insiste e più il corpo impara a pensare: anche questo l’ha detto Guillaume Martin, ma potrebbe benissimo essere farina del sacco di Lennard Kämna, primo oggi dopo essere arrivato secondo quattro giorni fa.

Uno scalatore sudamericano (Dani Martínez, colombiano) l’aveva buggerato in cima al Puy Mary; uno scalatore sudamericano (Richard Carapaz, ecuadoriano) l’avrebbe quasi certamente buggerato a Villard-de-Lans, se non fosse che Kämna ha imparato la lezione e ha cambiato strategia. Ha allungato poco prima dell’ultimo GPM, dopodiché ha preso il largo in discesa e sul falsopiano si è difeso senza patemi sull’ultimo strappo (da Under-23 stato campione europeo a cronometro, il suo corpo chiaramente lo ricorda.)

Si tratta della sesta tappa consecutiva di questo Tour in cui vince un corridore nato dopo il 1993; la seconda in cui si impone un ’96. S’impara in fretta, a ventiquattro anni. S’impara in fretta e si osa, si prova e si riprova.

Domani, sulla salita più difficile di questa edizione, ci proverà un’altra volta Tadej Pogačar. A nemmeno ventidue anni, il viso di un bambino divertito, sembra l’unico in grado di stravolgere le sorti della Grande Boucle. Dice Guillaume Martin che il ciclismo, come la filosofia, è una forma di gioco.

by Leonardo Piccione

Tour de France

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