Che nel 1998 gli dei del ciclismo fossero eccezionalmente prodighi, questo è noto a chiunque quell’anno si sia trovato con il corpo o con lo spirito a Piancavallo o a Montecampione, a Plateau de Beille o sul Galibier, a Milano o a Parigi. È storia di questo sport. Ma il 1998 è stato foriero di grazia ciclistica anche oltre i mesi di maggio e luglio, e il riverbero di cotanta benedizione ha invaso oggi le strade dei Pirenei Atlantici come uno squarcio di luce nella nebbia.
Il 25 agosto 1998 nasceva a Berna Marc Hirschi. Inizi in mountain bike, poi ciclocross, pista e strada. Campione europeo e mondiale nel 2018; terzo alla Clásica San Sebastián l’anno scorso; secondo a Nizza nella seconda tappa di questo Tour, dietro a Julian Alaphilippe e davanti ad Adam Yates, il quale dopo l’arrivo, sorpreso dalle fattezze dell’avversario, l’aveva ribattezzato «Hirschi o come si chiama».
L’ispirazione ciclistica di Hirschi-o-come-si-chiama è stato Fabian Cancellara, che oggi di Marc è agente e mentore. Cancellara considera Hirschi “il Kylian Mbappé del ciclismo”: «Ha talento e sete di conoscenza». Il diretto interessato si considera un corridore adatto a corse come la Liegi-Bastogne-Liegi, ma ammette che è ancora presto per dire che ciclista sarà. Nel dubbio, prima di passare professionista ha alternato la bicicletta a un piccolo lavoro d’ufficio: «Se dovessi cadere o qualcosa del genere potrei subito cominciare un altro lavoro».
È pragmatico, Hirschi, lo si capisce dal modo con cui nei tratti in pianura della nona tappa trasforma il suo computerino in una specie di prolunga da cronometro: ci poggia sopra i polsi e va che è una meraviglia. È stato tra i primi ad attaccare, oggi, l’ultimo ad essere ripreso. Scendendo dal Col de la Hourcère, è arrivato ad avere cinque minuti di vantaggio sul gruppo maglia gialla; gli inseguitori che a lungo avevano cercato di riportarsi su di lui a un certo punto si sono dovuti arrendere.
Hirschi intanto pennellava in discesa una curva dopo l’altra: s’inarcava, si sporgeva, si piegava e rilanciava, producendo la rara impressione del corridore che non ha nulla da perfezionare in quanto a stile; un corridore che quando si alza sui pedali lo fa con tanta naturalezza da rendere immediatamente simmetrico il ciondolare della catenina che gli pende dal collo. Potresti rimettere l’orologio usando la cadenza perfetta del crocifisso di quelli come Hirschi, almeno finché certe salite non seminano granelli di fatica anche nei loro ingranaggi – questo ha fatto il Col de Marie Blanque a Hirschi, il cui vantaggio sui migliori si era ridotto in cima all’ultimo GPM a non più di venti secondi.
Alle sue spalle aveva attaccato Tadej Pogačar, nato a Komenda (Slovenia), il 21 settembre 1998. Quando aveva nove anni, Pogačar correva contro bambini di undici, ma la cosa non gli impediva di primeggiare: se, lungo un circuito, lo si vedeva alle spalle degli avversari era quasi sempre perché li aveva doppiati da un pezzo. Alla Vuelta dell’anno scorso, cui non avrebbe nemmeno dovuto prendere parte, vinse tre tappe e finì sul podio.
Sua madre insegna lingue, mentre suo padre progetta mobili: sedie nello specifico, oggetto di cui è bene munirsi prima di considerare la vertiginosa circostanza che vuole che questo Tour di cui Tadej è assoluto protagonista e sempre più accreditato contendente si concluda un giorno prima del suo ventiduesimo compleanno.
L’unica cosa che ha perso oggi Pogačar è un compagno di squadra – Aru, tristemente ritiratosi a metà tappa (coraggio). Per il resto, tra distacchi e abbuoni, Pogačar ha guadagnato su tutti: più di un minuto su López e Yates; ventitré secondi su Quintana, Bardet, Martin e Urán; dodici su Bernal e Landa e uno su Roglič, nuova maglia gialla e secondo nella volata finale. «Sapevo che il Tour de France non era l’asilo», ha detto Pogačar dopo la vittoria, felice di essersi fatto trovare ancora una volta pronto.
Terzo, alle spalle dei due sloveni, è arrivato Hirschi, ripreso dopo novanta chilometri di fuga solitaria quando mancavano appena ottocento metri, e tuttavia ancora perfettamente in grado di sprintare. Superfluo dire che Hirschi era un po’ meno felice di Pogačar: «Sì, sono soddisfatto della prestazione… Però io voglio vincere.» Domani, come tutti, i ragazzi del ‘98 riposeranno. Martedì ripartiranno per le ultime due settimane di questo Tour, le prime del loro assolato futuro.
by Leonardo Piccione

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