Ci sono due cose di cui nessun Tour de France dell’epoca contemporanea può fare a meno: Peter Sagan e il vento.
In genere è sufficiente uno di questi ingredienti a rendere vivace una corsa altrimenti sonnacchiosa, ma è quando sono presenti tutti e due in contemporanea che certe tappe all’apparenza insulse – come quella di oggi verso Lavaur – possono diventare memorabili.
Sagan è arrivato nel ciclismo come caffeina in un giorno di pioggia: la sua incontenibile energia vitale, su e giù dalla bici, ha letteralmente travolto l’ultimo decennio di questo sport. Terminator, Rambo, Hulk: Sagan è passato attraverso tanti soprannomi e tante fasi; si è evoluto da ragazzaccio impertinente a campione giudizioso, e tutto ciò vincendo talmente tanto – perché è sempre stato vincere l’obiettivo del suo pedalare – che non è il caso nemmeno di provare ad abbozzare una sintesi del suo palmares.
Da un paio di stagioni, Sagan vince un po’ meno. È cresciuta la sua età: già passati i trenta. Sono cresciuti – soprattutto – i suoi avversari, un’infornata di giovincelli che, ispirandosi a lui, si dimostrano con crescente frequenza più freschi e più veloci di lui, anche nelle occasioni tradizionalmente più favorevoli a lui, con l’esito di insinuare in alcuni il sospetto che la parabola di Sagan abbia cominciato la sua discesa.
Ora questo non è necessariamente vero, ma allo stesso tempo è sicuro che in un futuro non troppo lontano il Tour avrà l’incombenza niente affatto secondaria di rimpiazzare la fonte di imprevedibilità e spettacolo che solo Sagan è in grado di essere in certi giorni.
Perché ciò che Sagan non ha mai perso è la sua inclinazione totale all’agonismo; al gioco, sì, ma nella sua forma più competitiva. «I have to be relaxed» aveva scritto di ieri dopo aver perso la maglia verde: questa mattina invece, come un bimbo privato del suo giocattolo feticcio, ha convinto il direttore sportivo della Bora che riconquistare subito la maglia persa era un motivo più che valido per spremere la squadra a fondo fin dal primo chilometro di gara.
Ed è così che i principali favoriti alla vittoria di tappa – Ewan, Bennett, Bol, Nizzolo – hanno smesso ben presto di essere i principali favoriti alla vittoria di tappa, i cavalli vapore di Daniel Oss a spargere nel vento i loro progetti mattutini.
Diceva Stendhal che si parla di vento forte quando si è occupati a tenere stretto il cappello, di Bora quando si ha paura di spezzarsi un braccio. Difatti il gruppo era già ben spezzettato quando ha raggiunto Castres, ma non era ancora finita. Mancavano ancora quaranta chilometri a Lavaur, la capitale del Paese di Cuccagna.
Sì, il cantone di Lavaur si chiama proprio Pays de Cocagne, dove “cocagne” è il nome francese dei panetti di tintura blu prodotti dai coltivatori locali. Qualcuno sostiene che sia la ricchezza portata in questa regione dal commercio del celebre “blu pastello” il motivo per cui i comuni intorno a Lavaur sono diventati luoghi dell’abbondanza e del benessere per eccellenza: il Paese di Cuccagna, appunto, dove più si dorme più si guadagna.
O almeno questo è quanto creduto da Richie Porte e Mikel Landa, assopitisi proprio nel momento in cui, alzandosi da sudest, il vento d’autan ha suggerito alla Ineos di accelerare bruscamente. Anziché guadagnare, dunque, i due hanno perso: un minuto e venti. Ha perso un minuto e venti anche Pogačar, la cui gioventù forse impedisce di sapere che Porte e Landa sono bravissimi ragazzi, ma quando si tratta di star lontani dai guai sarebbe meglio evitare la loro compagnia.
Tutti gli altri uomini di classifica si sono salvati, con Pinot («Quest’anno abbiamo studiato meglio le rotonde» ha detto all’arrivo il suo compagno di squadra Küng, memore dell’errore e della conseguente sfuriata di Thibaut nella tappa di Albi l’anno scorso) e Quintana (sempre deliziosamente misterioso come uno col suo fisico possa lanciarsi con tanta disinvoltura in raffiche che potrebbero sollevarlo da terra) tra i più brillanti in assoluto.
Logica avrebbe voluto che la volata finale fosse stata appannaggio di Boasson Hagen, con la maglia blu della NTT che pareva un adeguato omaggio al colore-simbolo della sede d’arrivo, ma le gambe di Wout van Aert non sentono ragioni di questi tempi, né tantomeno sono in vena di omaggi.
A Sagan, infine, è scesa la catena nel momento decisivo. È arrivato tredicesimo, concludendo con un bottino molto più povero del previsto una giornata di cui tuttavia lui non si lamenta più di tanto, e nemmeno noi.
by Leonardo Piccione

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