La Terra è nata dal guscio di una tartaruga, è per questo che a casa di Neilson Powless ce ne sono in giro così tante.

Statuine, peluche, illustrazioni. Anche il suo giocattolo preferito da bambino era una tartaruga, e a voler essere precisi Neilson stesso è una tartaruga: primo nativo americano nella storia del Tour de France, Powless appartiene al clan della tartaruga, uno dei tre che costituiscono l’antica nazione degli Oneida. Le tartarughe, nello specifico, sono considerate protettrici della terra; insegnano l’importanza di non arrendersi mai e, soprattutto, della pazienza.

Quest’ultima virtù non è ancora del tutto sbocciata nell’animo di Powless, che sul Col de la Lusette, quando ancora mancavano venti chilometri all’arrivo della sesta tappa, si è fatto prendere – diciamo così – dall’entusiasmo. Ha attaccato convintamente e a più riprese i suoi compagni di fuga, mettendone in crisi la maggior parte ma non tutti, e ottenendo così l’unico risultato – per citare la memorabile chiosa con cui il suo ex-compagno di squadra George Bennett ha commentato il finale del recente Giro di Lombardia – di staccare se stesso.

Gli altri due clan del popolo Oneida sono il lupo e l’orso e, senza indugiare oltre con la metafora, diciamo per brevità che il fiuto del lupo è una buona sintesi delle doti con cui Lutsenko ha dominato il finale di tappa, mentre la durezza dell’orso descrive accuratamente lo sguardo torvo con cui Van Avermaet, anticipando proprio Powless, è andato a prendersi il terzo posto. Secondo è arrivato Herrada, ma i clan a questo punto sono finiti, e per guadagnarsi il suo avatar al buon Jesús toccherà ritentare.

Avrà occasioni per farlo, soprattutto finché i contendenti alla maglia gialla non si decideranno a fare come Powless e a mettere da parte il calumet della pace. Sembra presto, a dire il vero: la classifica generale è corta; l’assenza quasi totale di cronometro suggerisce a molti che il Tour 2020 possa essere vinto con una singola azione al momento giusto. È passata una settimana e sono ancora una ventina i corridori legittimamente ingolositi da questa prospettiva. Gli unici che oggi hanno guadagnato posizioni in top-ten (Chaves e Bardet) l’hanno fatto grazie al miglior piazzamento all’arrivo, non a chissà quale garibaldino azzardo. L’unico a tentare un allungo – Julian Alaphilippe, a duecento metri dall’arrivo – ha recuperato la miseria di un secondo.

Lasciamo perdere tuttavia il sospetto che le anomalie di questo Tour possano ottenere l’effetto contrario a quello sperato, generando cioè cautela anziché coraggio, e torniamo a Neilson Powless.

Oggi era il suo compleanno: 24 anni. È professionista da tre, ha corso una Vuelta e questo è il suo primo Tour. Adora la Parigi-Roubaix, ma sogna di poter essere un giorno capitano in un grande giro. Guardatelo, mani sui fianchi e sorrisetto furbo, mentre si mette in posa per la foto che forse al suo ritorno in Texas appenderà su una parete di casa, tra una tartaruga e il ritratto di Simon Antone, l’antenato che sopravvisse all’agguato di quattro uomini bianchi nel deserto e, senza più un occhio, riuscì comunque a vendicarsi, uccidendoli tutti e quattro.

Neilson Powless afferma di non osservare tutte le usanze degli Oneida, ma di prendere parte di tanto in tanto a qualche powwow, i tradizionali raduni del suo popolo. Chissà che un giorno, tra una danza e un canto, non racconti del suo ventiquattresimo compleanno, quando fece un po’ di casino salendo in bici al Monte Aigoual, nelle Cevenne, sulle strade che ispirarono Stevenson molto prima dell’Isola del tesoro, e che furono il teatro di uno dei romanzi sul ciclismo più amati di sempre.

«Di tanto in tanto qualcuno lungo la strada urla “Più veloci! Più veloci!”, facendoci sapere quanto siamo attardati», scrive Tim Krabbé in uno dei passaggi-chiave de “La corsa”. «Probabilmente pensano che il senso delle corse in bicicletta sia andare veloci.»

by Leonardo Piccione

Neilson Powless

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