Si diceva che le rime colassero dalle labbra di Jean Sarrazin come miele da un alveare. Lui dal canto suo ripeteva che la Poesia l’aveva sorpreso quando era un semplice pastore di Prapic, ai confini della valle di Orcières, e, nonostante il sentimento del bello fosse cresciuto in lui al punto da trasformarlo in un uomo di lettere, non era raro incontrare il poeta con un libro di versi in una mano e un cesto di olive nell’altra – olive che commerciava, ma che il più delle volte donava ai suoi interlocutori. Se la fama di Jean Sarrazin, “il poeta delle olive”, si estese oltre i confini delle Alpi raggiungendo l’Inghilterra e addirittura l’America, questo lo si deve tuttavia non a una raccolta di poesie ma alla prova di coraggio cui si sottopose alla fine dell’estate del 1880, quando, spinto dal sensazionalistico entusiasmo della stampa locale, accettò di entrare nella gabbia dei leoni della celebre Ménagerie Pezon di Lione e di declamare un sonetto alla presenza delle fiere.
Ed eccola l’immagine che ci fa venire adesso alla tappa del Tour de France che si è conclusa a Orcières. Perché vi è indubbiamente un elemento di brutalità nel modo con cui la Jumbo-Visma ha spianato la strada verso la vittoria di tappa (e la conferma dello status di primo favorito) del suo leader. C’è qualcosa di animalesco nella ferocia con cui Wout van Aert ha messo in fila il gruppo a tre chilometri d’arrivo; nel passo felpato e purtuttavia implacabile imposto da Sepp Kuss prima dell’aggressione finale del capitano.
Non molti arrivi si addicono alle caratteristiche di Primoz Roglič più di uno come quello odierno, è vero. Il Tour si deciderà in altri luoghi e su altre pendenze, è vero. Ma è altrettanto vero che nessuno degli avversari del campione sloveno può contare su una schiera di aiutanti assortita come la sua: la Jumbo possiede potenza e leggerezza, altezza e profondità, leoni e pantere. E se a un certo punto la condizione di Roglič dovesse andar scemando, gli olandesi potrebbero ancora convergere su Dumoulin. Se poi invece sia Roglic che Dumoulin dovessero perdere il Tour, avverrà verosimilmente per mano dell’unico altro favorito che può permettersi di mettere alla frusta – quando la loro fase di rodaggio sarà completata – autentici pedalatori da soma: Bernal.
Affrontare la schiera olandese e quella inglese per vincere il Tour de France 2020 pare dunque sempre più una missione non molto diversa dall’infilarsi in una gabbia – anzi due – di belve feroci e mettersi a recitare una poesia bucolica. Quando Jean Sarrazin lo fece, esattamente centoquarant’anni fa, riuscì brillantemente nell’impresa. I giornali dell’epoca scrissero che i leoni, disorientati da tanta audacia, ebbero il gusto di rispettare il loro nobile ospite: «Le belve ascoltarono, con l’amabilità concessa dalla loro indole, quel sonetto pieno d’amore e di alta filosofia.»
Chi sarà il Jean Sarrazin del Tour 2020? Tadej Pogačar, con la sua fresca incoscienza? Guillaume Martin, con le sue raffinate elucubrazioni? Nairo Quintana, con la sua contadina saggezza? Thibaut Pinot, con la sua anima georgica? Mikel Landa, con la sua magnetica volubilità? O forse Julian Alaphilippe, con quel suo profilo da Tiger King? Il primo arrivo in salita del Tour ha confermato che le fiere più attese sono al loro posto, ma non ha privato nessuno del progetto o dell’utopia di poterle ammansire.
by Leonardo Piccione
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